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Venezia 71, Sabina Guzzanti presenta “La trattativa”

Accolta da scroscianti applausi in conferenza stampa, dopo gli applausi altrettanto scroscianti al termine della proiezione anticipata per gli addetti ai lavori, Sabina Guzzanti arriva alla Mostra del Cinema di Venezia per presentare il suo “La trattativa” (qui la nostra recensione).

Una docufiction ambiziosa, che fa il punto su eventi, personaggi, procedimenti giudiziari e decisioni politiche che hanno portato alla fine delle stragi mafiose del 1992/’93 e all’arrivo sugli scranni del potere di una nuova/vecchia classe dirigente.

Confessando la sua agitazione nei giorni precedenti a questo appuntamento, e rimanendo sorpresa lei stessa della trionfale accoglienza (almeno all’apparenza), Sabina si prepara a rispondere alle nostre domande:

Elio Petri è, come da lei stessa dichiarato, il principale ispiratore di questo film, soprattutto della forma che ha scelto per affrontare questa materia incandescente. Ci spiega il perché?
Ho citato Petri anche nelle note di regia. C’è voluto molto tempo per trovare la chiave giusta per realizzare questo film, una grande ricerca, ho scritto tre o quattro soggetti differenti. Poi ho visto il corto “Tre ipotesi sulla morte di Giuseppe Pinelli” e ho avuto l’illuminazione (potete trovarlo su YouTube). Ci dichiariamo, come Volontè nel corto, “un gruppo di lavoratori dello spettacolo”. Con il meccanismo che ho scelto si passa in maniera fluida, omogenea secondo me, dalla realtà alla finzione e viceversa, in maniera quasi brechtiana. È stato un lavoro prima cominciato, poi interrotto, poi di nuovo ripreso. Devo ringraziare Radio Radicale, ci tengo a dirlo, perché trasmette processi, dibattimenti, requisitorie. Mi sono fatta tramite loro una formazione giudiziaria che non avevo prima.

Un cittadino che guarda il tuo film può provare un senso di frustrazione. Tu come ti poni di fronte a tutto questo, al marcio dei “piani alti” che fai emergere col tuo film?
Anch’io ho provato momenti di depressione, ho avuto un po’ di paura, ho pensato di abbandonare tutto, compresa l’Italia stessa. Ma lo scopo del film è quello di mettere tutti in grado di capire di cosa stiamo parlando, TUTTI, anche chi non legge giornali, chi non s’informa. L’idea generica e un po’ qualunquista “Stato e Mafia sono la stessa cosa” è nemica della verità: bisogna sapere i nomi, i perché, le responsabilità. Per tornare alla sua domanda: è molto peggio un cittadino disinformato che frustrato.

Gli italiani, secondo lei, hanno paura dell’onestà?
No, sono le istituzioni italiane ad aver paura della democrazia.

Ha ricevuto intimidazioni?
No, e meno male, mi avrebbero fatto molta paura.

Se il processo, ancora in corso, sulla trattativa archiviasse tutto e assolvesse tutti, lei cosa penserebbe e come ne uscirebbe il suo film?
I processi servono soltanto a trovare dei colpevoli, a trovare la verità, e in Italia questo succede davvero di rado. Dal 1992 in poi ci siamo abituati all’idea che non si possa parlare di un processo prima che arrivi a sentenza, soltanto naturalmente quando il processo riguarda un potente, basta guardare quello che succede invece con i casi di cronaca nera, che cercano il mostro fin dalle prime ore. Se un politico è assolto non vuol dire per forza che sia anche innocente, in alcuni casi il giudizio dell’opinione pubblica dovrebbe arrivare prima di quello giudiziario.

Si è sempre trovata sola, negli ultimi anni, a combattere sul fronte del documentario di denuncia in Italia. Oggi, in questo Festival, lei ha la compagnia di Franco Maresco, con un film che prende lo stesso argomento da un altro punto di vista.
Il mio non è un film su Berlusconi, parliamo di due operazioni diverse e indipendenti. Quando uscirà andrò comunque a vederlo, senza ombra di dubbio.

Ma tu nel film chi interpreti, cara Sabina? Non voglio rovinarvi la sorpresa ma suvvia, non è poi tanto difficile da immaginare…

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