Home > Recensioni > Venezia 72 — Arianna

Arianna (Ondina Quadri) è una ragazza di 19 anni che non ha ancora raggiunto il pieno sviluppo sessuale. Segue delle terapie ormonali che non sembrano fare effetto e vive questo problema con forte disagio, cercando inutilmente di entrare in confidenza con il proprio corpo.

Il ritorno estivo nella vecchia casa di Bolsena dei genitori, tra i luoghi di un’infanzia perduta nella memoria, è l’occasione per iniziare un complesso cammino psicologico, che la porterà a confrontarsi con i segreti che la sua famiglia le nasconde da troppo tempo, alla ricerca della sua identità e alla scoperta della sessualità.

Arianna”, primo lungometraggio del documentarista Carlo Lavagna, presentato all’interno delle Giornate degli Autori a Venezia 72,  parla con delicatezza di una tematica di non facile approccio, quella dell’intersessualità. Il regista sceglie di rivelarla apertamente solo alla fine, ma non è difficile immaginare cosa si nasconda dietro la frase pronunciata proprio all’inizio dalla stessa ragazza («sono nata tre volte»), citazione dal libro “Middlesex” di Jeffrey Eugenides. Allo stesso tempo, però, dà la possibilità allo spettatore di seguire passo per passo la ragazza nella sua indagine, nel tentativo di mettere insieme i piccoli pezzi di un puzzle confusi tra i ricordi.

Un film intimo, che ha come punto di forza proprio il modo in cui i personaggi interagiscono tra loro, con i loro dialoghi familiari e molto realistici. In particolare, fornisce un ritratto molto vero e delicato delle interazioni tra adolescenti, soprattutto nelle scene che coinvolgono Arianna e la cugina Celeste (Blu Yoshimi), nel modo in cui parlano tra loro e si confrontano. Interessante, poi, il modo in cui i suggestivi luoghi in cui è ambientato, gli stessi dell’infanzia di Lavagna, diventino a loro volta protagonisti, rivestendo un ruolo essenziale nella presa di consapevolezza della giovane.

Di contro, “Arianna” rivela i suoi punti di debolezza proprio quando cerca di uscire dalla realtà più intima e personale. Il film straripa di simbolismi troppo marcati e convenzionali, nel tentativo di farsi metafora del controllo che il sistema di potere dominante esercita su chi si discosta dalla sua idea di normalità.

Così, i genitori di Arianna, con le loro scelte che ricadono sulla ragazza, rappresentano il modo in cui la società dominante percepisce la diversità; Celeste, con la sua femminilità marcata, in antitesi alla fisicità androgina di Arianna, simboleggia tutto quello che la ragazza non riesce a raggiungere; e così via, in un gioco di metafore che non nascondono un intento forse troppo ambizioso, risultando, da questo punto di vista, didascalico e un po’ ingenuo.

Ad ogni modo, “Arianna” rimane un film apprezzabile non solo per la delicatezza con cui Lavagna ci parla di una problematica così difficile da affrontare, ma anche perché riesce a rendere con onestà un disagio adolescenziale che va al di là dell’ermafroditismo, ma che riguarda la generale difficoltà di arrivare alla reale conoscenza del proprio corpo.

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Contro

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