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Venezia 72 — Baltasar Kormakur e il cast presentano Everest

La 72esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia si apre oggi con la proiezione fuori concorso di “Everest”, il film di Baltasar Kormákur ispirato alla vera storia di Rob Hall (Jason Clarke) e Scott Fischer ( Jake Gyllenhaal) che nel 1996 guidarono due gruppi di persone (tra cui il giornalista Jon Krakauer, che raccontò l’esperienza nel libro “Aria sottile”, qui interpretato da Michael Kelly) verso la vetta più alta del mondo.

“Everest” funziona discretamente come film d’avventura ma «l’approccio, sia tecnicamente che narrativamente, è molto tradizionale, puntando, soprattutto nell’ultima parte, sulla spettacolarità delle immagini, sul tentativo di rendere quel senso di angoscia di una situazione del genere» (qui la nostra recensione completa).

All’incontro mattutino con la stampa hanno partecipato il regista e parte del cast: Jake Gyllenhaal, Josh Brolin, Jason Clarke, John Hawkes e Emily Watson.

Partiamo con una domanda per Baltasar Kormákur: come avete individuato, con gli sceneggiatori William Nicholson e Simon Beaufoy, il punto di vista da quale raccontare questa vicenda?

Baltasar Kormákur: Abbiamo voluto mettere in scena la storia di un gruppo. Molte testimonianze sul tipo di esperienza vissuta dai miei personaggi sono scritte in prima persona e presentano quindi un punto di vista univoco. Io ho voluto costruire invece una storia corale, e sono stato fortunato a poter contare su un grande cast anche per i ruoli più piccoli.

Interviene anche Emily Watson: Quando mi è arrivata la sceneggiatura, gran parte del cast era formato e mi è sembrata era una bellissima opportunità poterne far parte. Ho amato il mio personaggio e la sua funzione di testimone rispetto agli eventi.

E le location?

B. Kormákur: Le riprese sono iniziate in Nepal, nei luoghi reali dell’azione, con gli elicotteri come unico mezzo di trasporto a disposizione. Ma era insostenibile per la troupe lavorare lì, a quelle temperature. Così ci siamo spostati sulle Dolomiti. E alcune scene sono state realizzate direttamente in studio. Abbiamo cercato in ogni caso di mantenerci il più possibile ancorati alla realtà, e volevo anche che gli attori assorbissero la giusta atmosfera dalla natura, per poter poi dar vita a personaggi realistici e a un racconto al tempo stesso intimo e epico.

L’ambizione di sfidare la montagna è un modo per entrare in contatto con la parte più reale e profonda di se stessi, e girando questo film sono riuscito a comprendere a fondo chi intraprende imprese così estreme.

Sul grado di realismo ricercato dal film intervengono anche Josh Brolin, Jake Gyllenhaal e Emily Watson:

Josh Brolin: Come attori cerchiamo di simulare un’esperienza, e andare il più vicino possibile alle vere emozioni. Ma insomma, se giriamo un film su un disastro aereo, non facciamo schiantare davvero l’aereo al suolo…

Jake Gyllenhaal: Non conoscevo bene la storia quando sono entrato nel progetto, poi sono stato contattato dai figli di Scott Fischer, ed è stato bello sentire lui, la sua energia attraverso di loro. Abbiamo cercato di trasmettere l’essenza della spedizione, il senso di essere lì, e parlare con chi aveva conosciuto Scott, e in generale con le vere persone coinvolte nella spedizione, è stato molto più utile rispetto a guardare filmati o leggere testimonianze.

Emily Watson: Sì, per un attore sono risorse straordinarie. Anch’io ho parlato a lungo con Helen, ed è stata molto generosa.

Infine, le domande di LoudVision:

A Kormákur: ti interessava di più raccontare questa particolare storia vera o sfruttare le potenzionalità del 3D?

Sicuramente raccontare la verità della storia: abbiamo ricostruito tutto nel modo più possibile vicino alla realtà. Anche se, certo, mi rendevo conto che gli effetti speciali sarebbero stati uno strumento fondamentale per raggiungere il mio obiettivo: mettere in scena il potere della montagna.

A Emily Watson (in rappresentanza della componente femminile del cast, nel quale figurano anche Keira Knghitley, Robin Wright e Elizabeth Debicki, ndr): come vedi i personaggi femminili di “Everest”, che fungono quasi esclusivamente da supporto emotivo telefonico alla controparte maschile?

E. Watson: Tutto ciò che il mio personaggio dice nel film è basato sulle registrazioni autentiche della vera Helen, ed è un tipo di approccio realistico che amo molto. Non direi comunque che i personaggi femminili siano secondari, del resto una delle eroine della storia è Yasuko, una donna che ha compiuto imprese straordinarie scalando le vette più alte del mondo. Non penso che quello della montagna sia un mondo dominato dalle figure maschili.

B. Kormákur: Per quanto riguarda i ruoli delle mogli (Robin Wright e Keira Knightley, ndr), ciò che vediamo nel film rispecchia quanto avvenuto nella realtà: il dramma di essere fisicamente separate dai propri mariti in pericolo e di poter parlare con loro solo attraverso il telefono. E poi ci sono le al campo base (Emily Watson e Elizabeth Debicki, ndr), il cui ruolo è fondamentale. La scalata a una vetta come l’Everest mette in gioco tante qualità, ma la mascolinità non c’entra.

A cura di Valentina Alfonsi / Donato D’Elia

Foto: La Biennale / ASAC

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