Home > Recensioni > Venezia 72 — Behemoth

Il programma della 72esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia lo classifica come documentario, ma “Behemoth” (“Beixi moshuo”) di Zhao Liang, tra gli ultimi film in concorso, si muove soprattutto nei territori della videoarte e del cinema di poesia.

Un poema tragico che usa la Commedia dantesca (su suggerimento della produttrice Sylvie Blum) come chiave di lettura per rappresentare un mondo in rovina, distrutto dall’avidità: «il comportamento umano si contraddistingue per follia e assurdità», dice Zhao, già regista di “Crime and Punishment” (2007), “Petition” (Cannes 2009) e “Together” (Berlinale 2011).

In particolare, il film mostra gli effetti pesantissimi che la presenza delle miniere di ferro e carbone provocano sul paesaggio naturale e sulla salute umana. Non a caso il titolo, “Behemoth”, è il nome di una mostruosa creatura biblica, descritta nel Libro di Giobbe, che, spiega ancora il regista, «simboleggia la crescita di un’enorme energia malvagia»

E proprio l’energia è un elemento chiave del film: fuoco, fumo, fatica, luce, cielo, terra, contrasti cromatici. Zhao Lian mostra la potenza indifferente e inarrestabile di Behemoth con inquadrature di grande forza espressiva che però non scivolano mai nel vezzo estetico: non vediamo bellezza, in quelle immagini. Piuttosto ne abbiamo paura.

“Behemoth” sembra un film estremamente impegnativo: 95 minuti in massima parte accompagnati solo da rumori, e spezzati da brevi inserti recitati da una voce fuori campo. Eppure è impossibile staccare gli occhi dallo schermo, da quel Behemoth che ci spaventa e al tempo stesso ci attrae. Il film di Zhao centra pienamente quello che dovrebbe essere sempre l’obiettivo del cinema documentario: rendere visibile il reale in modo sorprendente, violento. Fino all’amarissima conclusione: «Siamo noi quel mostro e le sue schiere».

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