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Venezia 72 — Cary Fukunaga e Abraham Attah presentano Beasts of No Nation

Tra i primi film in concorso durante questa 72esima edizione del Festival di Venezia, “Beasts of No Nation” di Cary Fukunaga (qui la nostra recensione completa) è stato presentato stamattina all’incontro mattutino con la stampa dal regista Cary Fukunaga e dal giovane esordiente ghanese Abraham Attah. Assente, invece, l’altro grande protagonista del film, Idris Elba.

Una conferenza molto interessante, in cui Fukunaga ha toccato svariati temi e chiarito alcuni punti fondamentali di film molto denso, pieno di spunti di riflessione e stratificato come “Beasts of No Nation”. Durante l’incontro, il regista ha inoltre cercato di far interagire con il pubblico il timido Abraham, ponendogli direttamente le domande e cercando di far condividere la sua esperienza recitativa con il pubblico.

Per prima cosa, viene chiesto a Fukunaga come sia nata l’idea di girare il film e in che modo sia riuscito a dare una forma filmica al libro da cui è tratto.

«Mi interesso da molto tempo di questo argomento. Ho alle spalle studi di scienze politiche e ho studiato approfonditamente la geopolitica e i conflitti nei paesi neo coloniali. Fin da quando sono entrato alla NYU per studiare cinema,  ho voluto fare un film sull’argomento. Poi, nel 2005 un amico mi ha regalato il libro di Uzodinma Iweala, che mi ha dato l’ispirazione. Il libro, però, non dà nessun elemento sul un determinato contesto e per fare un film è invece necessario contestualizzare la storia raccontata. Grazie al mio background e alle mie conoscenze sulla situazione geopolitica della Liberia, sono riuscito a colmare le lacune».

Alla domanda su come siano arrivati al piccolo Abraham Attah e più in generale come abbiano scelto il cast Fukunaga risponde:

«È stato un lungo processo di selezione, dove abbiamo fatto provini a oltre 600 ragazzi. Per scegliere alcuni di questi, volevamo organizzare una sorta di workshop nei primi mesi, ma non abbiamo avuto il tempo necessario. Alla fine siamo riusciti a sceglierne 20, che hanno fatto prove d’improvvisazione con una piccola attrice che aveva già lavorato a teatro. Ho fatto molte domande ai ragazzi, per capire la loro personalità e scegliere chi meglio si adattasse alla parte».

Poi Fukunaga si rivolge al piccolo Abraham Attah, chiedendogli direttamente come lo abbiano trovato:

«Quel giorno stavo giocando a calcio a scuola e un signore è venuto da me e mi ha chiesto se volessi fare un film. Poi mi hanno fatto un provino in una stazione televisiva in Ghana».

Poi, continua Fukunaga: «Abraham ha improvvisato una scena in cui doveva immaginare che qualcuno portasse via sua sorella, in modo da poter far uscire le sue emozioni.

Qualcuno chiede se le iniziazioni di Agu siano ispirate a quelle utilizzate dall’Isis per il loro sistema di reclutamento (in realtà i riti di iniziazione o di passaggio in genere rispondono ad schemi archetipici senza doverci per forza trovare una connotazione religiosa o culturale in tali somiglianze, ndr)

L’Isis aveva appena iniziato ad imporsi nelle cronache quando abbiamo cominciato a lavorare al film. Quelli che vedete nel film sono metodi di indottrinamento spirituale tipici delle società tribali. Ho cercato di evitare il discorso religioso, in modo di evitare ogni sorta di contrapposizione ideologica.

Gli atti di violenza mostrate con chiarezza non sono molti, ma colpiscono per il modo crudo con cui sono rese, soprattutto perché sono perpetrati da dei bambini. Come è riuscito il regista a descrivere questo tipo di scene al giovane cast senza intaccare la loro emotività?

«Avendo incluso nel cast anche ragazzi che avevano partecipato alle guerre in Liberia, avevamo molta paura di causare loro danni dal punto di vista psicologico. A questo proposito, mi viene in mente il documentario di Joshua Oppenheimer “The act of killing”, ma l’esperienza con il nostro film non è stata così drammatica . I film, durante la lavorazione vengono frammentati, dilatati e la la violenza che si percepisce sul set non è la stessa che viene mostrata allo spettatore. Nella scena del machete, per esempio, la controfigura ha chiesto ad Abraham di colpirlo davvero, con forza, e lui lo ha colpito. Per lui era situazione divertente, non c’è la percezione di quanto sarà violenta».

Fukunaga, poi, racconta a cosa si sia ispirato per personaggio del Comandante, incredibilmente reale e sfaccettato nella lucida interpretazione di Idris Elba:

«Nel romanzo è un personaggio strano, di cui non si conosce nulla, né da dove venga, né quali siano i suoi reali intenti. Un personaggio che funziona in senso letterario, per il ruolo che riveste nel viaggio spirituale di Agu. Nel film, però, ho dovuto dare una direzione al personaggio: ho preso spunto da un uomo che ho conosciuto ad Haiti, un combattente politico che veniva seguito dalla gente. Volevo che anche il Comandante fosse un leader della terra. Così, abbiamo anche parlato con quest’uomo, per cercare di capirlo.

[SPOILER] Nel libro il Comandante viene ucciso, ma ho optato per un finale diverso. In realtà, in una prima stesura della sceneggiatura, è Agu ad ucciderlo, ma poi ho pensato che sarebbe stato più terrificante se avesse continuato a vivere. [\SPOILER]

“Beasts of No Nation” non è l’unico film di Venezia 72 a parlare dell’infanzia violata: “Spotlight”, infatti, è il racconto di un’indagine giornalistica volta a smascherare l’omertà della Chiesa di fronte alla tematica dei preti pedofili. Ma cosa pensa Fukunaga sul reale potere di film come questi?

«I film posso cambiare le cose, creare consapevolezza. Questa guerra, ad esempio, è una forma d’industria, che permette di dare sussistenza, alla fine diventa un lavoro pagato. Però, per far sì che i bambini non vengano usati dai governi, bisogna cercare di eliminare i conflitti».

Poi, dà la parola ad Abraham Attah, chiedendogli di descrivere come si sentisse durante le scene, come in quella in cui veniva catturato dal Comandante:

«Avevo paura. Avevo paura che sbucasse fuori un serpente e anche perché era la prima volta che giravo un film. Durante la prima scena con Idris, ero spaventato da lui, perché mi sembrava gigante. Aveva delle mani che erano due volte la mia. Poi, per piangere, ho cercato di ricordarmi quello che accadeva a casa e ci sono riuscito subito».

Naturalmente, a conclusione dell’incontro, non poteva non essere affrontato l’argomento Netflix. Il film, infatti, sarà distribuito dalla piattaforma on line dal 16 ottobre. Fukunaga, alla domanda su come questa nuova forma di distribuzione cambierà in qualche modo il modo di fruire il cinema, risponde:

«La distribuzione è già cambiata. La gente non solo non va più a vedere i film, ma non sa nemmeno della loro esistenza, a meno che non ci siano grandi riflettori puntati. Per questo questa è una sorta di democratizzazione nella dimostrazione cinematografica.

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