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Venezia 72 — Essere Charlie Kaufman, Francis Fregoli o tutti gli altri

Nel settembre 2005 un certo Francis Fregoli, pseudonimo di un scrittore consolidato che voleva mantenere l’anonimato, metteva in scena una pièce in un atto dal titolo “Anomalisa” (nato dalla combinazione tra la parola “anomalia” e il nome Lisa) al Royce Hall di Los Angeles.

“Anomalisa”, storia di un oratore motivazionale (David Thewlis) e della sua relazione con Lisa (Jennifer Jason Leigh), andava a formare un dittico con “Hope Leaves the Theater” di Charlie Kaufman, all’interno della double feature “Theater of the New Ear”, progetto teatrale del compositore Carter Burwell (“Essere John Malkovich”, “Adaptation”).

Fregoli. Un nome bizzarro, che portava alla mente il noto trasformista Ludovico Fregoli e, naturalmente, la sindrome omonima, un disturbo psichiatrico in cui il paziente crede di riconoscere come amici persone estranee o che persone note abbiano alterato la loro fisionomia per non farsi riconoscere.

Tutto faceva pensare che dietro quello pseudonimo si nascondesse lo stesso Kaufman. Di certo, poteva essere un twist degno di un sua sceneggiatura.

Oggi, dopo 10 anni e un film da regista, Fregoli torna ad essere Charlie Kaufman e, con l’auto dell’animatore Duke Johnson, trasforma “Anomalisa” in un lungometraggio in stop-motion, scegliendo la produzione dal basso attraverso un progetto Kickstarter e riuscendo a portare il film alla Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia di quest’anno.

Da queste premesse, “Anomalisa” appare già una sorta, come dice il nome stesso, di anomalia. L’anomalia, d’altro canto, è decisamente il campo di gioco di quel timido sceneggiatore a cui si devono film come “Essere John Malkovich” (1999), “Human Nature” (2001), “Adaptation. – Il ladro di orchidee” (2002) “Eternal Sunshine of the Spotless Mind” (2004) e “Synecdoche, New York” (2008), sua opera prima da regista.

C’è una strana commistione di classicismo e sperimentazione nei suoi lavori, nel modo in cui si serve di modelli tradizionali per raccontare storie decisamente fuori dall’ordinario. Sceglie sempre di utilizzare la classica struttura in tre atti e di partire da situazioni facilmente sperimentali da chiunque (problemi personali, ansie, insoddisfazioni lavorative, difficoltà relazionali), sviluppandole però in modo imprevedibile, in un mix straniante tra realtà e finzione, nel tentativo di raccontare la vera essenza della natura umana attraverso l’inverosimile.

Scrisse “Essere John Malkovich”, ad esempio, partendo dall’idea, piuttosto comune, di un uomo che inizia una relazione con una collega, ma decise di combinarla con un’altra storia che gli ronzava in testa, quella di qualcuno che trovava un portale per entrare nella testa di qualcun altro. Nacque così una delle più originali sceneggiature mai scritte, che con l’aiuto di Michael Stipe per la produzione e l’ottima regia dell’allora giovane regista di videoclip Spike Jonze, diventò quell’incredibile film sull’identità che tutti conosciamo.

EssereJohnMalkovich

Fu così che la carriera di Kaufman iniziò, dopo qualche frustrante esperienza televisiva nel raccontare storie che non sentiva sue, «cercando di imitare la voce di qualcun altro».

«Pensate: forse io non sono interessante, ma sono l’unica cosa che ho da offrire e voglio offrire qualcosa» ha detto lo scrittore durante una lezione tenuta in occasione della Screenwriters’ Lecture Series per i Bafta 2011. Effettivamente, offrire se stesso è quello che ha continuato a fare nel corso degli anni, identificandosi con i suoi personaggi e riuscendo a dare loro una profondità psicologica rara.

Persino in “Adaptation.”, adattamento dell’inchiesta giornalistica di Susan Orlean dal titolo “Il ladro di Orchidee”, Kaufman non tradisce questo assunto. Come adattare un libro senza sviluppo narrativo o senza conflitto? Come fare un film su «quanto siano straordinari i fiori»? Kaufman, per aggirare il suo blocco dello scrittore, finisce per inserire se stesso nella sceneggiatura, diventandone così indiscusso protagonista (interpretato da un sorprendente Nicholas Cage). Il film sui fiori si trasforma, così, in una riflessione sull’arte, sull’industria cinematografica e sulle difficoltà relazionali di Charlie stesso, che crea addirittura un fratello gemello sceneggiatore di blockbuster, Donald Kaufman, in antitesi al suo personaggio.

adaptation

Nel fare questo, analizza e viola tutte le regole di sceneggiatura. «Non c’è alcun modello per una sceneggiatura o non ci dovrebbe essere. Ci sono almeno tante possibilità di sceneggiatura quante sono le persone che scrivono. […] Non lasciate che nessuno vi dica cosa sia una storia, ciò che deve includere». Quella che sembra essere una critica ai meccanismi dei film hollywoodiani, diventa via via una presa di coscienza. Charlie è sia Charlie che Donald e per questo è in grado di mostrare un punto di vista più ampio. Ancora una volta, alla regia c’è Jonze, in perfetta sintonia creativa con la visione kaufmaniana. 

Jonze, tuttavia, non è il solo regista ad essere riuscito tramutare in immagini i sogni dello sceneggiatore. Un altro regista proveniente dal mondo dei videoclip, il francese Michael Gondry, è in parte responsabile non solo del divertente “Human Nature”, interessante indagine della ferinità umana, ma anche di quel gioiello, a metà tra commedia romantica, fantascienza e una seduta di psicoanalisi, di “Eternal Sunshine of the Spotless Mind” (tradotto infelicemente “Se mi lasci ti cancello”).

Il film, partendo dalla storia di una relazione fallita e del desiderio di dimenticare dei due protagonisti (tra le migliori interpretazioni di Jim Carrey e Kate Winslet), riesce a diventare una toccante riflessione sull’importanza del ricordo nel fare di noi le persone che siamo.

In tutti questi film, Kaufman è riuscito sempre a mantenere un certo controllo creativo (con l’unica eccezione della sceneggiatura di “Confessioni di una mente pericolosa”, che ha subito pensanti rimaneggiamenti da parte di George Clooney), ma probabilmente il punto di vista altrui gli è sempre sembrato una mediazione.

Così, nel 2008 ha debuttato alla regia con “Synecdoche, New York”, storia dell’ipocondriaco regista Caden (un meraviglioso Philip Seymour Hoffman) e del suo tentativo di mettere in scena la più imponente produzione teatrale di sempre, in cui vita reale e finzione si confondono in un’unica, problematica esistenza.

“Synecdoche, New York”, cruda riflessione sulla possibilità dell’arte di riuscire a catturare l’essenza stessa dell’esistenza, è un film non privo di difetti, eccessivamente denso e confuso, incredibilmente autoreferenziale e pretenzioso, ma è anche un film che incanta. Profondamente tragico e allo stesso tempo ironico, insieme ad “Adaptation.”, è sicuramente la pellicola che riesce a rendere la poetica kaufmaniana, risultando quasi una summa, un punto di arrivo per lo scrittore. 

Con “Anomalisa”, che segna il ritorno di Kaufman in sala dopo 7 anni, questa volta co-regista insieme a Duke Johnson, Kaufman decide di fare un altro passo verso l’autonomia visiva, sperimentato per la prima volta una tecnica che consente di dare più libertà espressiva di qualunque altra, l’animazione.

Queste sono alcune, ma sicuramente non tutte, delle ragioni per cui “Anomalisa” è uno dei film dai noi i più attesi di questa edizione della Mostra di Venezia.

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