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  • Venezia 72 — Everest

    Diretto da Baltasar Kormákur

    Data di uscita: 24-08-2015

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Venezia 72 si apre quest’anno, come nel 2013 con “Gravity” di Alfonso Cuarón, con la storia di persone che sfidano i limiti imposti dalla natura, per arrivare dove nessuno è mai arrivato. Che sia fantascienza o storia vera poco importa, la tematica è la stessa. Sono le modalità narrative ad essere diametralmente opposte.

Everest”, film del regista islandese Baltasar Kormákur (“Cani sciolti”), racconta molto fedelmente la storia vera della disastrosa spedizione sull’Himalaya di tre distinti gruppi di scalatori, nella quale, a causa di una tempesta, nel 1996 persero la vita otto persone. Da questa traumatica esperienza nacque il libro “Aria sottile” del giornalista Jon Krakauer (interpretato da Michael Kelly), uno dei sopravvissuti.

Perché scalare una montagna, a costo della propria vita, solo per arrivare in cima? È questa la domanda che si pone ripetutamente il film, senza dare una risposta esauriente.  Una risposta, forse, non c’è. Deve esserci qualcosa di più della sfida alla natura, ai limiti imposti dal proprio corpo, del sentirsi in grado di fare qualcosa di impossibile per la maggior parte delle persone. Qualcosa che non può essere raccontato.

Il film di Kormákur prova a spiegarlo nella lunghissima prima parte di preparazione, non riuscendo però ad approfondire psicologicamente nessuna delle motivazioni dei molti personaggi.

C’è il protagonista Rob Hall (Jason Clarke), capo spedizione  di uno dei tre gruppi di scalatori, l’Adventure Consultants, fermamente deciso a non lasciare indietro nessuno; Doug Hansen (John Hawkes), postino che vuole dimostrare che chiunque possa fare qualsiasi cosa; Beck Weathers (Josh Brolin), dottore texano con moglie e figli a casa, che si sente vivo solo scalando una montagna. Tutti gli altri si perdono nella moltitudine di persone che, per caso, un giorno si sono incontrate sull’Himalaya, molte delle quali hanno perso la vita.

“Everest” è pieno di storie non raccontate, come quella di Yasuko Namba (Naoko Mori) e del suo tentativo di scalare le sette montagne più alte di ciascun continente, o quella di Scott Fischer, leader del gruppo Mountain Madness, interpretato da un Jake Gyllenhaal davvero assente.

Si fatica a ricordare tutti i protagonisti di questa storia ed empatizzare con loro. La regia molto classica ed impersonale non aiuta nell’identificazione. Inoltre l’approccio, sia tecnicamente che narrativamente, è molto tradizionale, puntando, soprattutto nell’ultima parte, sulla spettacolarità delle immagini, sul tentativo di rendere quel senso di angoscia della situazione. Spesso ci riesce, ma fallisce nel raccontare il lato più umano ed emotivo di una tragedia del genere.

Keira Knightley (Jan Arnold, moglie di Hall) e una sacrificatissima Robin Wright (Peach Weathers) nei ruoli delle mogli rimaste a casa, che attendono notizie dei mariti, non riescono minimamente a trasmettere tutto il complicatissimo campionario di emozioni provate in una situazione del genere. Si sceglie l’approccio della commozione convenzionale e retorica, tipica dei prodotti per la televisione.

Everest” non è un brutto film, ma è esattamente il film che ci si aspetta: non rischia mai, ma cammina su binari prestabiliti, perdendo l’occasione di sfruttare un ottimo cast e storia interessante. 

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Contro

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