Home > Recensioni > Venezia 72 — Frenzy (Abluka)

Il turco Emin Alper, regista del film “Abluka” (“Frenzy”) presentato in concorso alla 72esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, parla di «disordine emotivo» per descrive le dinamiche umane al centro del suo film. Una definizione piuttosto efficace, perché il mondo messo in scena da “Abluka” non ha connotazioni temporali chiare e fa della paranoia il suo centro narrativo.

Siamo a Istanbul. A Kadir (Mehmet Özgür) viene permesso di uscire di prigione purché presti servizio per un’unità di spionaggio: il suo compito è raccogliere rifiuti e verificare che tra di essi non si nascondano materiali pericolosi utilizzati dai terroristi. Gli anni di distanza sembrano aver irrimediabilmente allontanato Kadir dal fratello minore Mehmet (Berkay Ateş), che lavora in squadra incaricata di eliminare i branchi di cani randagi. Terroristi e cani: i nemici di una città assediata.

Emin Alper (Premio Caligari al Festival di Berlino 2012 con “Beyond the Hill”) colloca il racconto in tempo imprecisato, rendendo il film quasi una distopia, e dà grande importanza al sonora nella rappresentazione di un mondo violento ed esasperato: Cevdet Erek, autore della colonna sonora e curatore del sound design, costruisce un’atmosfera ansiogena cercando costantemente di dialogare, anche per contrasto, con le immagini, e non semplicemente di accompagnarle o commentarle. Un approccio tanto più apprezzabile in questa Mostra piena di musiche ridondanti (“Equals”, “The Endless River”).

Abluka” richiede un po’ di impegno per entrare nella sua atmosfera tesissima e non perdersi tra le varie svolte narrative, e non è certo un film senza sbavature. Ma in una competizione finora non particolarmente accesa porta una sana ricerca di originalità e un sguardo registico sicuro e di forte presa sul pubblico.

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