Home > Recensioni > Venezia 72 — Heart of a Dog

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Un flusso di coscienza, un diario a cuore aperto in forma visiva, un’operazione di videoarte forse non molto ardita ma che di sicuro spalanca le porte dei concorsi ufficiali dei festival principali ad una forma di espressione finora confinata alle singole performance o ai musei di arte contemporanea. E’ tutto questo ma anche tanto altro “Heart of a Dog” di Laurie Anderson, in Concorso a Venezia 72. La Anderson è un’artista poliedrica, musicista, scrittrice e performance artist, sempre all’avanguardia in ogni campo, e compagna di vita (si sono uniti in matrimonio nel 2008 dopo un lungo periodo di convivenza) di Lou Reed: la sua lettera di addio al geniale songwriter scomparso nel 2013 è stata riportata dai principali quotidiani negli Usa e non solo.

Non si può sintetizzare con una canonica sinossi il contenuto del film, che affastella immagini e suoni mentre la sensuale e sciamanica voce della Anderson ci guida attraverso un viaggio dove si toccano innumerevoli temi, amore e morte, arte e libertà, scienza e paura. Un’opera che, attraverso il piacere del narrare, il recupero del racconto e di una sorta di tradizione orale insieme millenaria e modernissima, cerca di evocare continuamente immagini nella mente dello spettatore mentre ne mostra altre, di diversa natura e provenienza, nascoste e opacizzate attraverso il vetro, l’acqua, il ghiaccio.

Si citano Wittgenstein e Kierkegaard, si mostra Goya, non a casaccio ma inseriti in un discorso che continuamente si perde, divaga ma ritrova sempre il punto, in una navigazione a volte ammaliante, a volte faticosa, spesso, però, illuminante. Un film che, visivamente, prende sempre il punto di vista dell’oggetto narrato, sia esso un cane o una telecamera di sorveglianza.

Tutto prende le mosse dall’amore sconfinato per Annabelle, rat terrier dall’intelligenza (pare) sviluppatissima, Laurie ci racconta i tratti salienti della sua vita fino alla morte. C’è poi ancora una morte, quella della madre, ancora più intima e privata. E poi c’è la terza morte, che riguarda lei ma anche noi tutti, con Lou Reed che, dapprima inserito pudicamente ai margini delle sequenze, riceve una possente dedica musicale (e non poteva essere altrimenti) finale. Per noi fan di Lou è lì che arriva il momento delle lacrime, amare e liberatorie al contempo.

Un prodotto audiovisivo dalla difficile collocazione, dove non mancano i difetti ma dove si percepisce anche l’amore sconfinato per la narrazione, per l’arte, per la musica, per la vita stessa. La morte non è un tabù, ci dice Laurie, bisogna arrivare alla dipartita mantenendo la consapevolezza del momento, parlandone senza timore come un semplice rito di passaggio: è questo messaggio universale il regalo più bello del film.

La sua fruizione può risultare ostica per chi cerca consequenzialità e storie delineate, ma la breve durata, forse, aiuterà anche a risolvere questo problema. Se siete fan di Lou Reed poi, dovete vederlo assolutamente (e rimanere in sala fino alla fine, dopo i titoli di coda).

 

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Contro

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