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Venezia 72 — Il Decalogo di Vasco, Milano 2015 e Bagnoli Jungle

Ci sono giornate sublimi durante i festival del cinema, dove si confermano grandi maestri, si scoprono autori interessanti, si tasta il polso al cuore pulsante della Settima Arte, e poi magari si smette di assumere LSD e di vedere polsi e cuori che pulsano uno di fianco all’altro.

E poi ci sono giornate come quella di oggi. Io lo sapevo già, non è mica stata una sorpresa, ma per il puro masochistico piacere di lamentarmi e autopunirmi dopo tanto buon cinema sono entrato ad entrambe le anticipate stampa delle due operazioni più attese/temute dell’intera Mostra di Venezia 72: “Il decalogo di Vasco” di Fabio Masi e “Milano 2015“, un’opera colletiva realizzata sull’onda dell’Expo composta di sei cortometraggi  diretti da sei… non posso dire registi, perchP non lo sono tutti e sei, diciamo uomini (cinque) e donne (una).

Ma dobbiamo parlare con calma di queste due opere fondamentali per l’arte contemporanea, sviscerando lo sviscerabile, comprendendo il comprendibile, evirando l’evirabile a mani nude, perché un po’ la voglia è quella alla fine di tutto.

Alla proiezione di “Il decalogo di Vasco” sarà legato questa sera un evento che, secondo gli organizzatori, dovrebbe far tornare qui al Lido un po’ di pubblico dopo lo sconfortante deserto degli ultimi giorni. Vincenzone Mollicone incontrerà Vasco Rossi in sala Darsena prima di una proiezione aperta al pubblico tramite prenotazioni on-line iniziate tanti giorni fa e chiuse tanti giorni meno venti minuti fa.

Ma il film non è un film, non è un documentario, non è nulla. È una (brutta) puntata di Blob che può anche avere un senso nel contesto di fruizione per il quale è stata pensata (andrà in onda a fine settembre su Rai3 dopo la prima puntata della nuova stagione di “Che tempo che fa” di Fabio Fazio), ma che così, estrapolata e sparata su uno schermo cinematografico, lascia basiti in più di un’occasione.

“Il decalogo di Vasco” è formato da dieci capitoletti (il “film” dura un’ora scarsa) introdotti da delle mani che si muovono per nessun motivo cercando di creare forme, una cosa di cui comunque non si capisce il perché. Alcuni dei capitoli hanno un pur minimo senso, altri no. Due su tutti meritano una citazione in questa sede, e poi giriamo tutti pagina e andiamo avanti, chi vuole può toccare con mano domenica 20 settembre se riuscite a vedervi tutto Fazio che quella ospita Veltroni e Moni Ovadia (potrebbe essere, no? Ma di Veltroni poi ne parliamo).

Dunque, c’è un capitolo chiamato “Profondo Vasco” (o qualcosa del genere) dove, sulla macchina che fa da trait d’union al film con un cartonato di Vasco sul sedile posteriore, viene versato del sangue, con cui poi della gente si impiastriccia le mani e una/o cerca di fare disegni sul parabrezza insanguinato (???). Poi c’è il vero piatto forte, il capitolo “InKURTZioni“. Vasco pelato inquadrato in penombra, parte l’audio delle pale rallentate dell’elicottero, inizia “The End”, sì, avete capito, si sta buttando “Apocalypse Now” qui dentro senza paracadute. Ma attenzione, è in puro stile Blob mischiare l’alto e il basso, far collidere tramite il montaggio materiali diversi che, così accostati, acquistano nuovi scarti di senso.

Ma poi si esagera, anche perché io e tutti gli altri (ripeto) non lo vediamo a casa in tv durante Blob, ma su uno schermo cinematografico della Mostra di Venezia. Parte, sempre solo l’audio, l’inquadratura è su Vasco, il monologo di Kurtz della parte finale, con l’audio ridoppiato della versione “Redux” (questo  da Masi non ce lo aspettavamo) e, al termine, il Komandante comincia a recitare con voce sommessa e intensa il testo de “Gli spari sopra”, tentando di kurtzeggiare anch’egli.

Per una volta non dovete solo fidarvi del vostro corrispondente, ma potrete toccare con mano a breve. Tutto questo messaggio rivolto ai fan di Vasco, non è un giudizio sul valore del vostro cantante preferito, che anzi dispensa pillole di simpatia e ne esce tutto sommato piuttosto bene, ma si sta parlando della realizzazione del prodotto audiovisivo. Anche i colleghi amanti di Vasco hanno trovato l’operazione davvero misera e deludente. Mi affaccio alla finestra, e vedo uno travestito da Vasco che ciondola sotto il sole in attesa delle 19: io voglio bene a tutti, ma allora sarò chiuso in sala a guardarmi l’ultimo film di Tsai Ming-liang dove saremo felicemente in diciotto se tutto va bene.

E passiamo a parlare dell’altra operazione cinematograficamente discutibile. “Milano 2015″, sei cortometraggi che dovrebbero invogliare turisti per lo più stranieri, nelle intenzioni, a visitare la capitale morale, economica e tutti gli aggettivi che vi vengono in mete aggiungeteli voi, io ci di mio ci metterei nebbiosa. Ma analizziamo uno alla volta, con calma.

Si parte con Elio (senza storie tese), che riprende un ragazzino cinese in bicicletta di notte per le vie di Milano: parla della sua difficile integrazione e passa davanti a teatri e cinema ormai chiusi o diventati altro. Forse banale, ma la cosa più inoffensiva e inattaccabile di tutte, anche per la breve durata. Poi arriva Roberto Bolle, il ballerino, che ci mostra la preparazione di un balletto dello Schiaccianoci alla Scala preceduto da bambine di età variabile che comunque non entreranno nello spettacolo, il tutto chiuso da lui, inquadrato di spalle, che se va prima dello spettacolo.

Silvio Soldini ci mostra tre situazioni diverse che non s’incontreranno mai, un tramviere che nel tempo libero insegna tiro con l’arco ai ciechi (argomento già trattato nel suo “Per altri occhi“), un’associazione femminile attiva nel sociale in vari campi e uno street artist che crea varie opere che non vedremo mai compiute.

Poi arriva, rullo di tamburi, Walter Veltroni che ci parla del velodromo Vigorelli e della sua storia attraverso filmati di repertorio, il custode dell’impianto che racconta un po’ di cose (la persona meno carismatica del secolo) e chiude con un vecchio campione ormai panciuto che appoggia la maglia iridata sulle spalle perché non gli entra più e saluta tutti noi con la manina (e in mezzo ci stanno pure immagini del concerto dei Beatles al Vigorelli senza la musica dei Beatles perché i diritti costeranno un occhio della testa).

Ed ecco Cristiana Capotondi che ci parla dei partigiani (???), della storia del Corriere della Sera, e dell’elezione di Mattarella, e su questo non voglio dire più NULLA. Anzi solo una cosa: ma a chi è venuta l’idea di affidare un cortometraggio sulla storia del giornale più famoso di Milano ad un’attrice romana? Percorsi e dinamiche semplicemente incomprensibili.

In chiusura Giorgio Diritti riprende panorami e musei milanesi mentre una suora di clausura col viso oscurato come un pentito di mafia ci parla di quant’è bello il mondo. Che non ha mai visto. Da decine di anni. Sottile metafora? Forse nelle intenzioni, così è un qualcosa di irricevibile che sfiora più volte il limite della comicità involontaria.

Biciclette presenti in cinque corti su sei, e riprese con i droni un po’ dappertutto. Una sofferenza totale, ancor più se si pensa quanto l’operazione possa essere stata foraggiata a livello governativo. Non c’è un’immagine dell’Expo e non c’è (giuro) un totale di piazza del Duomo o dello stesso Duomo, presente solo con qualche dettaglio di statua nel segmento di Diritti. Un fallimento totale anche solo come operazione promozionale, il livello artistico è meglio lasciarlo stare.

Milano fallimentare, Napoli viva e vitale, anche se problematica. Oggi al Lido è stata anche la giornata della capitale del Sud, del regno borbonico, della pizza e aggiungete ancora una volta voi quello che vi pare. Due film danno un ritratto complesso e profondo della città, ne mettono a nudo i difetti ma anche la forza e la teatralità naturale dei suoi abitanti.

Per amor vostro di Beppe Gaudino

Del bellissimo “Per amor vostro” di Giuseppe Gaudino, in Concorso, parliamo nell’apposita recensione. Qui vorrei spendere due parole per “Bagnoli jungle” di Antonio Capuano, che ha chiuso la Settimana della Critica in una proiezione speciale fuori dalla competizione ufficiale. Tre episodi, tre storie di vita che s’intrecciano, con uno sguardo multiforme tra il realismo, la teatralità e l’astrazione. E tutta questa vita, semplice e complessa al contempo, fatta di piccole gioie e grandi dolori, si svolge attorno all’area dell’ex fabbrica Italsider, simbolo di numerosi fallimenti: prima quello del progresso industriale, in nome del quale Napoli, insieme all’ampliamento del porto, ha scelto in pratica di rinunciare al mare, e poi quello della promessa riqualificazione, mai avvenuta. Il grande Antonio Casagrande, padre di Maurizio e unico superstite della compagnia di Eduardo De Filippo, fa da chioccia a una serie di attori non professionisti usati alla perfezione, a conferma del grande talento di Capuano.

“Bagnoli jungle” fonde realismo e teatralità, “Per amor vostro” cita il neorealismo rosa ibridandolo con l’immaginario onirico, kitsch e ultrapopolare delle immagini sacre, fondendo linguaggi apparentemente diversi in un unico, magnifico, discorso unitario. Napoli batte Milano, ma solo per merito della finzione e di due registi in sintonia con la materia narrata, cosa che non potranno MAI essere Veltroni e la Capotondi.

Io vado da Tsai Ming-liang come promesso, l’appuntamento è per domani con gli ormai canonici pronostici prima della premiazione. Vediamo se stavolta indoviniamo qualcosa…

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