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Venezia 72, il programma – Una Mostra “sorprendente”

«Un programma molto vario, che cerca di non appiattirsi sul già noto e sui nomi che tutti vorrebbero trovare»: Alberto Barbera presenta così, nel corso della tradizionale conferenza stampa romana, il programma della 72esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia (2 – 12 settembre 2015).

Ma, come spesso accade, gli assenti spiccano più dei (pur notevoli) presenti e oggi molti di noi vogliono sapere dove sia finito “Crimson Peak” di Guillermo del Toro, che non figura a Venezia e nemmeno a Toronto. La spiegazione è semplice: «La casa di produzione Legendary — spiega Barbera — è restia a mandare i propri titoli ai festival. Ma Guillermo, che peraltro sarebbe venuto molto volentieri, mi ha fatto vedere il film, ed è bellissimo».

«Costruire un progetto di festival richiede tempo, e credo che dopo quattro edizioni il nostro sia stato delineato chiaramente: una Mostra che rivendica una forte identità, che non si pone contro il mercato ma nemmeno si adagia sulle sue aspettative», prosegue Barbera. Ma le difficoltà ci sono, e «mantenere un festival internazionale in Italia — aggiunge il presidente della Biennale Paolo Baratta — richiede impegno e ostinazione».

I film italiani in concorso quest’anno sono quattro, ampiamente previsti dai pronostici della vigilia: “Sangue del mio sangue” di Marco Bellocchio, “Per amor vostro” di Giuseppe M. Gaudino (Barbera non vuole dire troppo ma ci segnala l’interpretazione di Valeria Golino), “A Bigger Splash” di Luca Guadagnino (cast internazionale composto da Tilda Swinton, Ralph Fiennes, Dakota Johnson e Corrado Guzzanti) e “L’attesa” di Piero Messina con Juliette Binoche.

Per l’Italia si tratta, secondo Barbera, di «un segnale forte, un segnale positivo», anche se il quartetto presente al Lido «non va inteso come un indice dello stato di salute generale del nostro cinema: da noi si continua a produrre troppi film, e si perde in qualità — non è la quantità che determina la salute di una cinematografia nazionale».

L’aggettivo ricorrente con il quale Barbera descrive i cinquantacinque film della selezione ufficiale (ventuno in competizione, diciotto fuori concorso e sedici nella sezione Orizzonti) è «sorprendente»: ci sorprenderanno, assicura il direttore, Charlie Kaufman con l’animazione a passo uno di “Anomalisa” («inconsueto e disturbante, non lo farei vedere ai bambini»), l’attesissimo “Francofonia” di Aleksandr Sokurov (che racconta la storia del Louvre e della Francia «come non l’abbiamo mai vista, è davvero incredibile»), “Remember” di Atom Egoyan e, fuori competizione, l’opera postuma di Claudio Caligari, “Non essere cattivo” («bello, forte, volutamente fuori tempo massimo»).

Barbera consiglia poi di tenere d’occhio, per varietà di proposte e qualità artistica, il gruppo dei film statunitensi in concorso: “Heart of a Dog” di Laurie Anderson («una piccola opera di poesia»), il fantascientifico “Equals” di Drake Doremus (cast da red carpet per giovani fan: Kristen Stewart e Nicholas Hoult), “Beasts of No Nation” di Cary Fukunaga con Idris Elba (sui bambini soldato), il già citato “Anomalisa” e “The Danish Girl” di Tom Hooper con Eddie Redmayne (nei panni di Lili Elbe, la prima persona ad affrontare un’operazione chirurgica per il cambio di sesso nel 1930), uno dei film che probabilmente ritroveremo nel corso della prossima stagione dei premi.

Stati Uniti forti anche fuori competizione con il già annunciato “Black Mass” di Scott Cooper (che segnerà il ritorno di Johnny Depp al Lido dopo otto anni), con “Spotlight” di Thomas McCarthy («un’inchiesta molto classica sullo scandalo pedofilia nella chiesa di Boston») e con “The Audition“, un «divertissement» di 16 minuti firmato Martin Scorsese, che annovera nel cast Robert De Niro, Leonardo DiCaprio e Brad Pitt («verrà qualcuno?», è l’inevitabile domanda per Barbera: «ci stiamo lavorando», risponde il direttore).

E arriviamo ai documentari, apprezzabile punto fermo della direzione Barbera, che quest’anno troviamo messi in evidenza nella sotto-sezione “Non-Fiction” del fuori concorso (ma ce n’è uno anche in competizione, “Behemoth” del videoartista Zhao Liang): dopo “At Berkeley”, visto nel 2013, e il Leone d’Oro alla carriera dello scorso anno, Venezia 72 ci regalerà il nuovo lavoro di Frederick Wiseman, “In Jackson Heights“, oltre a “De Palma” di Noah Baumbach e Jake Paltrow (sì, Briand De Palma), il doc politico “Sobytie” di Sergei Loznitsa («un grandissimo documentarista, purtroppo poco noto in Italia»), “Gli uomini di questa città io non li conosco” di Franco Maresco (premiato l’anno scorso ad Orizzonti con “Belluscone”) e “L’esercito più piccolo del mondo“, che Gianfranco Pannone dedica alle guardie svizzere della Città del Vaticano. In più, in proiezione speciale, il documentario di 188 minuti “Human” del fotografo francese Yann Arthus-Bertrand, «noto per i suoi scatti dall’alto».

In chiusura, si parla brevemente anche della sezione Venezia Classici («densissima, titoli straordinari») e di Orizzonti, che per Barbera «è l’altro concorso, non la serie b» e che in questa edizione darà ampio spazio alle cinematografie emergenti, dall’Algeria di “Madame Courage” all’Indonesia di “A Copy of My Mind“. Tuttavia l’impressione (parliamo naturalmente delle Mostre passate, pronti a farci stupire dalla selezione 2015) è che voler fare di Orizzonti una sorta di concorso parallelo abbia svuotato la sezione di quella che invece, fin dal nome, dovrebbe essere la sua funzione primaria: guardare ai margini, ai confini delle forme cinematografiche meno catalogabili, agli autori fuori norma. Per capirci, un film pur grazioso come “Still Life” di Uberto Pasolini, vincitore del premio per la migliore regia nell’edizione 2013, quale innovativo orizzonte artistico dovrebbe rappresentare?

Sulla carta, Venezia 72 sa come farsi voler bene agli occhi di un cinefilo, e del resto un festival che offre le nuove opere di Aleksandr Sokurov e Frederick Wiseman ha già ampiamente giustificato la sua ragion d’essere. Poco cinema asiatico (pur con nomi di pregio, come Tsai Ming-liang, fuori concorso con “Afternoon”)? Troppa Italia? Troppa Francia (presente anche in numerose coproduzioni)? Può darsi, ma l’attenzione nei confronti dei paesi cinematograficamente meno frequentati dal pubblico (oltre ai già citati, tra i corti abbiamo Kirghizistan, Montenegro, Croazia) è comunque lodevole.

Se invece vogliamo sminuire la Mostra considerandola solo come un contenitore per quei film che andranno a contendersi gli Oscar nel 2016, allora Venezia non può competere, fosse anche solo per ragioni di convenienza (i grossi studios e le star si spostano a fatica, l’abbiamo capito), con i festival nordamericani di Toronto, Telluride e New York. Né, è evidente, con la realtà completamente diversa di Cannes. Va bene così, a ciascuno la sua specificità, da mettere in discussione di volta in volta. Oggi lasciamo Barbera sperando che Venezia 72 sappia davvero essere sorprendente.

(In coda, una nota sul tristemente famoso “buco”, la zona limirofa al Palazzo del Cinema ancora in attesa di riqualificazione. Come spiega però Baratta, le decisioni su quel cantiere sempre fermo «spettano solo al Comune di Venezia. Noi ci auguriamo che la cittadella del cinema venga considerata nel suo insieme, nel rispetto di chi al Lido vive e di chi usufruisce di quegli spazi durante la Mostra».)

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