Home > Recensioni > Venezia 72 — In Jackson Heights

Ogni nuovo film di Frederick Wiseman è un viaggio fisico e speculativo, che si appropria della materia trattata e la analizza fin nei particolari più insignificanti, tutti tesi a comporre il complesso e profondo quadro d’insieme.

Dopo, in ordine sparso, la facoltà di Berkeley, la National Gallery londinese, il Crazy Horse parigino e tanti altri luoghi presi a pretesto per raccontare mondi, società e approcci storico/culturali, questa volta è il turno del quartiere newyorchese di Jackson Heights, enclave di multicuralismo e tolleranza, nel nuovo monumentale lavoro presentato fuori concorso a Venezia 72.

In poco più di tre ore, che sembrano tante ma sono il frutto di un’immane lavoro di sintesi e di montaggio, il più grande documentarista vivente ci mostra tutte le contraddizioni, la vitalità e la solidarietà interna di una comunità perennemente sotto attacco, da parte di speculatori edilizi, dinosauri della burocrazia, poliziotti inutilmente zelanti e tanto altro.

Jackson Heights, nel Queens, a New York, è una delle comunità etnicamente e culturalmente più eterogenee degli Stati Uniti e del mondo. Ci sono immigrati da ogni paese del Sud America, da Messico, Bangladesh, Pakistan, Afghanistan, India e Cina. Alcuni sono cittadini, altri hanno la green card, altri ancora non hanno documenti. Le persone che abitano a Jackson Heights, nella loro diversità culturale, razziale ed etnica, sono rappresentative della nuova ondata di immigrati in America.

La soprannaturale capacità di Wiseman di rendere invisibile la macchina da presa, di mostrare squarci di realtà davvero senza filtro alcuno, di organizzare il materiale girato in una serie di atomi di senso tesi a comporre una cellula filmica compatta e coerente, ormai non dovrebbe più sorprenderci. E invece si rimane ogni volta di stucco, e ci si lascia portare per mano da questo immenso artista che sta facendo, ha fatto e farà la storia del cinema, perchè la sua opera rappresenterà un compendio della rappresentazione artistica della società occidentale per tutti gli studiosi dei decenni a venire.

Alla fine del viaggio ci sembra di salutare una serie di vecchi amici: le associazioni che favoriscono l’integrazione degli immigrati, la comunità LGBT, le anziane che discorrono di cinema e di rapporti umani, Frank il negoziante e il suo semplice ed efficace monologo che illustra il funzionamento del capitalismo moderno come meglio non si potrebbe, il tutor che spiega ai nuovi tassisti le basi del mestiere (indimenticabile il metodo di memorizzazione dei punti cardinali) e tanti altri volti, squarci, brani di vita vissuta, l’instaurarsi di una travolgente empatia che attraversa lo schermo, c’investe, e ci rende uomini e donne migliori, di nuovo sensibilizzati dalle altrui umane fatiche e disintossicati dall’intolleranza manicheista da tastiera.

Prendetevi tre ore di tempo quando uscirà in sala, probabilmente solo per qualche giorno come già successo per “National Gallery”, e regalatevi quest’esperienza. Wiseman comincia ad avere un’età veneranda, ma noi siamo già qui ad attendere con ansia il prossimo capolavoro. Insieme a “Francofonia”, il vero colpo di fulmine, finora, di questa Mostra 2015.

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