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Venezia 72 — L’incontro con la giuria e l’apertura con Everest

Ed eccoci di nuovo qua, pronti a raccontarvi un’altra edizione della Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia attraverso questa sorta di diario che, come già sa chi mi ha seguito nelle passate esperienze qui al Lido o sulla Croisette di Cannes, mira a intrattenervi cercando di combinare il racconto leggero al commento in breve della messe di film che si alterneranno nelle varie sale veneziane da oggi fino al 12 settembre.

Il racconto di questa giornata iniziale della 72ma edizione del Festival è quasi tutto incentrato sul film di apertura, “Everest“, disaster-movie vecchio stampo che inaugura la rassegna, per il quale vi rimando anche alla recensione approfondita qui su LoudVision.

Ma andiamo con ordine, e diciamo due parole sul movimentato arrivo di ieri, una vera e propria corsa contro il tempo e contro i ritardi che funestano questo Paese (al primo che mi dice che tempo fa quando c’era un certo tizio pelato si arrivava in orario, rispondo che va benissimo così, grazie, e comunque si faceva tardi anche allora) per prendere l’accredito prima della chiusura del desk alle 19.

Il treno Italo, di solito puntualissimo, ritarda (siamo sicuri di voler lasciare che Montezemolo organizzi qualche altra cosa che non sia il suo compleanno?), il vaporetto della puntualissima Venezia ritarda, e alle 18 abbondanti siamo ancora in balia delle onde della laguna, che schizzano ogni malcapitato seduto vicino al finestrino, posizione però necessaria alla sopravvivenza perchè fa un caldo davvero incredibile, che però non andrebbe combattuto inondandosi di malsane acque dal colorito tra il verde bottiglia e il marroncino.

Carichi di monumentali trolley dal peso che sfonda ampiamente la doppia cifra, sbarchiamo e ci fiondiamo sull’autobus travolgendo chiunque (il piede scoperto di una signora veneziana è ancora sotto le ruote della mia valigia), arriviamo al Palazzo del Cinema quando mancano dieci minuti all’ora X, e ormai il tutto ha preso la conformazione dell’epica scena di “Fantozzi” del timbro del cartellino. Si arriva alla meta, grondanti sudore e pronti ad essere respinti e accompagnati alla porta per manifesta indecenza… e invece va tutto bene. Siamo ufficialmente giornalisti accreditati per la Mostra (ma ci perderemo la preapertura dedicata ad Orson Welles per gettarci sotto la doccia).

E arriviamo ad oggi, iniziando il resoconto dalla conferenza stampa delle varie giurie, a dire il vero ingessata e totalmente priva di brio, tranne che per un annuncio del direttore Alberto Barbera che comunque era già nell’aria: la Mostra, sabato notte, omaggerà Wes Craven (scomparso da pochi giorni) con una speciale proiezione, sabato a mezzanotte, del suo capolavoro del 1984 “Nightmare on Elm Street”. Siamo già lì col pensiero e con lo spirito, e vi daremo conto dell’atmosfera particolare che di sicuro si vivrà in sala.

Sul tavolo delle conferenze, scelta davvero particolare e tesa forse a dare dignità e visibilità anche ai concorsi paralleli al principale, i presidenti delle quattro giurie: Alfonso Cuarón per il Concorso, Jonathan Demme (apparso in condizioni fisiche davvero precarie, un grosso in bocca al lupo all’immenso maestro statunitense), Saverio Costanzo per il Premio all’opera prima e Francesco Patierno per i restauri di Venezia Classici (“noi di sicuro guarderemo solo grande cinema e non prenderemo fregature” il divertente commento).

Alla domanda canonica sulla presenza o meno di una linea tematica comune all’interno della selezione, il presidente Alberto Barbera risponde che “non c’è una vera e propria linea comune, se non quella di affrontare la realtà del mondo, non certo per mancanza di fantasia ma con il tentativo della finzione di riappropriarsi di un reale che non capiamo più e che ci sta sfuggendo di mano”.

Si chiude con Demme che auspica l’istituzione di una “Repubblica sociale di Orizzonti“, dove l’approccio all’arte dev’essere senza preconcetti e aspettative, con il piacere di godersi 19 film provenienti da ogni parte del mondo in dieci giorni. L’entusiasmo che dovrebbe avere ogni presidente di giuria, e che testimonia ancora una volta di più la grandezza dell’uomo e dell’artista (sono un grande fan di Demme, sì, lo ammetto, ma tanto lo avrete capito da soli e credo che si sia meritato tutto sul campo).

Presenti in sala i componenti di tutte le giurie, tra cui mi piace ricordare Hou Hsiao-hsien e Nury Bilge Ceylan, che mi hanno deliziato gli occhi e l’anima con le loro ultime opere nelle ultime edizioni del Festival di Cannes. Ricordiamo almeno anche gli altri componenti della giuria del Concorso: le attrci Diane Kruger e Elizabeth Banks, lo scrittore Emmanuel Carrère e i registi Lynne Ramsay, Pawel Pawlikowski e il nostro Francesco Munzi: una giuria sulla carta di livello assoluto, staremo a vedere che decisioni prenderanno…

Il film d’apertura fuori concorso è “Everest” di Baltasar Kormákur, spettacolare kolossal dal cast all-star (Josh Brolin, Jason Clarke, Jake Gyllenhaal, Emily Watson, Keira Knightley and many others…), basato su una tragica e alquanto incredibile storia vera. Una spedizione sull’Everest, alpinisti dilettanti coordinati da un team di esperti e di sherpa nepalesi, per una serie di sfortunati eventi finisce in tragedia.

Non vi ho di certo tolto nessuna sorpresa, alcuni della squadra sopravviveranno e altri no, anche se il destino di alcuni dei personaggi è chiaro fin dalle prime scene, ma starà a voi capirlo e anticiparlo, se vi va. Altrimenti potrete godervi due ore di spettacolone classico nell’impostazione dei caratteri e dei personaggi (e qui s’intende “classico” nel senso dispregiativo del termine, spesso nei blockbuster i personaggi sono pure funzioni che servono a mettere in moto la macchina cinetica), che concentra i suoi sforzi nella realizzazione tecnica, con un 3D questa volta davvero funzionale e che contribuisce sensibilmente ad amplificare la vertigine e il senso di pericolo incombente dato dalle vette himalayane.

Non c’è il tempo di fraternizzare davvero con nessuno dei personaggi principali, davvero tanti. Le motivazioni che portano degli uomini comuni a rischiare la vita per scalare un 8000, vero cuore potenziale del film, sono confinate in un paio di scene dove la domanda viene posta brutalmente e (soprattutto) banalmente.

Le attrici sono confinate nel ruolo delle mogli e amiche preoccupate a casa, stampella emotiva per gli uomini impegnati a rischiare la vita, e nient’altro che quello: inutile sottolineare (come ha fatto spesso Kormàkur in conferenza stampa) la “realtà” della vicenda, questo è cinema, e le caratterizzazioni lasciano in bocca un sapore di stantìo difficile da eliminare.

È inutile, comunque, prendersela con un film che abbiamo già visto tante volte, e che alla fine fa il suo onesto lavoro; forse non dovrebbe aprire un festival importante come Venezia, attirato dalla parata di star da esibire sul red carpet per far crescere l’hype e attirare il pubblico, in fondo quest’anno Cannes aveva aperto anche peggio con l’insipido “La tete haute”. Qualche sequenza rimane nella memoria: scale e corde appese nel vuoto, paesaggi mozzafiato ricreati anche sulle nostre Dolomiti (poco utilizzo della CGI, ed è un punto a favore), e una sorta di amplesso tra due cornette del telefono dove due coniugi da un capo all’altro mondo si dilungano in uno straziante saluto che potrebbe essere l’ultimo. Non butterete i vostri soldi andando a vederlo in sala, basta avere le aspettative giuste: procuratevi piccozze e ramponi e ancoratevi alla poltrona.

L’affollatissima conferenza stampa presenta il cast (quasi) al gran completo, tranne la Knightley e la Wright per i motivi che abbiamo spiegato sopra (è invece presente un’accorata Watson, che difende a spada tratta il film e il suo ruolo, ancora “telefonico” ma appena più ampio nell’importanza e nel minutaggio).

L’emozione vera è data dalla presenza in sala di alcuni tra i veri protagonisti della vicenda, a cui vorremmo chiedere tante cose ma non è possibile farlo. Censura totale per il look di Jason Clarke, biondo ossigenato davvero orripilante (per i miei gusti, che in materia di bellezza maschile contano quanto il due di coppe con la briscola a bastoni).

Visti in giornata anche il film d’apertura della sezione Orizzonti “Un monstruo de mil cabezas” di Rodrigo Plá (qui la recensione) e il polacco “Klezmer” di Piotr Chrzan (Giornate degli Autori), di cui parleremo più diffusamente nelle recensioni appositamente dedicate, per oggi lo spazio a disposizione è davvero terminato. Due ottimi corti potenziali che soffrono terribilmente per rientrare nel formato temporale da “lungo”, disperdendo in mille rivoli le pur ottime intuizioni alla base.

Auguro un buon inizio di Mostra a me e a voi, se avrete il piacere e la pazienza di continuare a seguirmi…

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