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Venezia 72 — Intervista a Frederick Wiseman

Uno dei film che finora abbiamo amato di più qui alla 72esima Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia è “In Jackson Heights” di Frederick Wiseman, presentato fuori concorso.

Protagonista del documentario è «Jackson Heights nel Queens, a New York, una delle comunità etnicamente e culturalmente più eterogenee degli Stati Uniti e del mondo» (qui la recensione completa).

Seguiamo sempre con attenzione il lavoro del grande documentarista americano e negli ultimi anni abbiamo avuto la fortuna di incontrarlo più volte: nel 2013 era alla Mostra con “At Berkeley”, girato nell’università californiana, l’anno scorso ha ricevuto il Leone d’Oro alla carriera (oltre ad aver presentato “National Gallery” a Cannes) e in quest’edizione veneziana torna appunto con “In Jackson Heights”.

Frederick Wiseman è sempre disponibile per interviste (con in mano l’immancabile tazza di tè o caffè), sempre di poche parole (lo scrivevamo anche l’anno scorso, «Wiseman fa parte di una generazione che non sa autoanalizzarsi, che parla attraverso i lungometraggi e non comprende l’utilità di esprimersi al di fuori di essi») e sempre illuminante.

Partiamo dal titolo: perché “In Jackson Heights” e non semplicemente “Jackson Heights”?

Mi sarebbe sembrato presuntuoso intitolare il film “Jackson Heights”. In quel quartiere vivono migliaia di persone ed è impossibile coglierlo nella sua interezza, nessun film ci riuscirebbe. Con il titolo volevo suggerire che questi sono alcuni degli eventi ai quali ho assistito e che ho filmato in Jackson Heights. Per la stessa ragione ho chiamato “At Berkeley” il film ambientato a Berkeley.

E invece “National Gallery”?

Beh, anche in quel caso non ho la presunzione di considerare il film una visione completa del luogo. Però in quel caso avevo trattato tutti i dipartimenti del museo. Nessun film, nessun regista è in grado di cogliere tutto della realtà che racconta. Può solo offrire delle suggestioni.

Quanto sono durate le riprese di “In Jackson Heights”?

Nove settimane.

Di solito lavora da solo durante le riprese?

Siamo in tre.

Quale macchina da presa ha usato?

Sony F55.

Per la produzione di “In Jackson Heights” è stata lanciata una campagna Kickstarter. Cosa pensa del crowdfunding?

Sì, per me era la prima volta, ma non ha funzionato. Non fa per me, e non lo dico solo per via dell’esito negativo.

Come ha scelto i luoghi da filmare?

In alcuni luoghi sono andato apposta, ad esempio le chiese, la moschea, la macelleria halal. Altre cose mi sono invece venute incontro per caso… Ad esempio quel gruppo di persone impegnate a pulire i marciapiedi che parlavano con un marcato accento del sud. Mi sono avvicinato, «cosa fate qui?», «siamo venuti in missione per dare una mano a pulire Jackson Heights». Mi sembrava divertente, così ho iniziato a riprenderli mentre spazzavano la strada. E poi è arrivata questa donna…. (che chiede agli altri di pregare con lei per il padre gravemente malato, ndr). Ne è venuta fuori una buona sequenza ma è stato un caso, bisogna trovarsi nel posto giusto al momento giusto. Posso scegliere in anticipo di filmare un certo luogo o posso capitarci per caso, non cambia nulla: devo comunque saper riconoscere certi elementi e decidere come usarli.

Pensa che i protagonisti dei suoi film siano in qualche modo influenzati dalla sua presenza?

È una questione irrisolvibile. Dal mio punto di vista, no, le persone non sono influenzabili dalla macchina da presa. Se non vogliono essere riprese possono andarsene. Ma nel momento in cui accettano, non hanno la capacità di diventare qualcun altro. Servirebbero delle capacità recitative straordinarie. Tutti in un certo senso sono attori, è vero, ma hanno a disposizione dentro di sé una gamma limitata di ruoli. Se recitano, interpretano se stessi. Io non sarei in grado di interpretare Re Lear. Posso solo interpretare Fred Wiseman il filmmaker. Se una persona esce dal suo ruolo te ne accorgi subito, perché percepisci qualcosa di goffo, capisci che non funziona.

C’è qualcosa che ha filmato ma che poi non ha utilizzato?

Certo, avevo circa 120 ore di girato e il film dura poco più di tre ore, quindi il rapporto tra il materiale raccolto e ciò che è stato montato è di 40 a 1. Per “At Berkeley” avevo ancora più materiale, circa 250 ore, perché ai professori piace parlare tanto, e il film dura quattro ore.

È soddisfatto del montaggio finale di “In Jackson Heights”?

Sì, tutto quello che ritenevo dovesse essere nel film, c’è. Altri probabilmente avrebbero scelto diverse sequenze, o cambiato l’ordine dei luoghi che vengono mostrati.

I processi di apprendimento avevano naturalmente ampio spazio in “At Berkeley” ma anche qui vediamo varie persone che insegnano o imparano.

Non è inusuale che le persone imparino qualcosa nei vari ambiti della propria vita: si impara a scuola, ma non solo. Nel film vediamo ad esempio gli immigrati imparare i meccanismi che regolano il loro nuovo paese.

Mi viene in mente in particolare quella scena in cui l’insegnante spiega ai futuri tassisti i quattro punti cardinali: si tratta di un semplice momento di apprendimento ma è una scena bellissima.

Beh, i semplici momenti di apprendimento possono essere bellissimi e divertenti. E il protagonista di quella scena è un ottimo insegnante proprio perché sa far divertire gli studenti, sa come mettersi in connessione con loro.

Le piace rilasciare interviste e discutere del suo lavoro? Glielo chiedo perché i suoi film sono così chiari che sembra quasi inutile parlarne e non è facile trovare le domande giuste.

I miei film sono costruiti come romanzi, mi fa piacere parlare della struttura e delle varie implicazioni. Non amo invece riassumere il senso dell’opera: se potessi esprimerlo in poche parole non avrei proprio girato il film.

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