Home > Recensioni > Venezia 72 — La memoria del agua

Se noi siamo felici lui non esiste: sono le parole che Amanda (Elena Anaya, vista in “La pelle che abito” e “Lucía y el sexo”,) rivolge al marito Javier (Benjamín Vicuña) dopo la morte di Pedro, il loro bambino di quattro anni.

A cinque anni di distanza da “La vida de los peces”, il 36enne cileno Matías Bize torna alle Giornate degli Autori della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia con “La memoria del agua“, un dramma incentrato ancora una volta su un rapporto di coppia.

Bize si conferma un regista emotivo, che non teme di mettere in scena i sentimenti né di rincorrere la poesia, anche attraverso un uso sovrabbondante della musica (composta da Diego Fontecilla, già collaboratore di Biza per “En la cama” e “La vida de los peces”) e di immagine evocative (qui, in particolare, una bellissima nevicata).

“La memoria del agua” risulta però un po’ schiacciato dal tema, delicatissimo e di certo non nuovo. Matías Bize racconta il conflitto tra Amanda e Javier attraverso dialoghi onesti e non di rado realmente toccanti, ma lo sviluppo — l’unità di coppia che si spezza dopo la tragedia, il senso di colpa, il rifiuto di andare avanti, la consapevolezza che nulla ha (più) senso — è abbastanza prevedibile, per quanto terribilmente realistico.

Le buone interpretazioni di Elena Anaya e Benjamín Vicuña rendono comunque il film una visione piacevole, e la regia di Bize non indugia mai in dettagli patetici: niente flashback (la vita felice di prima dobbiamo immaginarla dalle parole di Amanda e Javier), nessuna immagine del bambino (neanche quando il padre scorre le foto di una vecchia cartella sul computer), soltanto quieta disperazione.

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Contro

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