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Venezia 72 — Leone d’Oro a Tavernier, tè cinese e i numeri (forse) sbagliati di Baratta

Si entra nella seconda parte della Mostra di Venezia 2015, e il (poco) sonno e il (poco, oltre che di cattiva qualità) cibo cominciano a farci desiderare un migliore rapporto con entrambe le cose. Ma non ci si lamenta, ché sabato sera saremo tutti in lacrime per un’altra avventura finita.

La nostra vita lavorativa è stata aiutata in questi giorni da una nuova marca di tè cinese che sponsorizza la Mostra, di cui vengono elargite durante il pomeriggio tantissime bottigliette nella versione fredda, e altrettanti bicchieri di carta di quella calda.

È una roba che, se te la regalano, si può anche bere ma, vista la bottiglietta che sembra contenere più un cosmetico che una roba da ingerire, estremamente stilosa, mi viene da pensare che costerà non pochi soldini una volta messo in commercio. Io non voglio fare il nome perché magari a voi piacerà, e anche perchè non voglio finire i miei giorni a raccogliere riso, le hostess hanno un sorriso smagliante ma continuo ad avere il dubbio che ci sia qualcuno nascosto sotto lo stand pronto ad intervenire su eventuali contestatori.

Si scherza naturalmente, e poi parlo proprio io che ne ho consumato quantità industriali in questi giorni. Sette gusti, praticamente indistinguibili l’uno dall’altro, un cilindro di plastica con tappo colorato, io vi ho avvertito…

È il giorno della consegna del LeonedD’Oro alla Carriera al regista, sceneggiatore, critico e cinefilo Bertrand Tavernier, premiato, nella lettura della motivazione letta dal direttore Alberto Barbera, anche per la molteplicità di modi in cui è riuscito a dare il suo contributo alla Settima Arte.

Ad accompagnare sul palco della Sala Grande un emozionatissimo Tavernier, l’attrice francese Sabine Azéma e il simpaticissimo Thierry Féemaux, direttore del Festival di Cannes e (anche) intrattenitore di livello, presente ad OGNI proiezione sulla Croisette a dispensare qualche parola e qualche battuta.

Lo stile Barbera è molto diverso, testi preparati e presenza solamente agli eventi importanti, ma sul direttore torneremo a dire qualche parola più avanti. Torniamo a celebrare Tavernier, che si prodiga in ringraziamenti canonici dimostrando di non essere abituato ai lustrini, e alla deliziosa Sabine Azéma, che racconta in stile teatrale e sopra le righe due aneddoti di vita vissuta insieme al regista, che perdono totalmente ogni potenzialità ironica nella traduzione ingessata dell’addetta (la quale comunque fa un grande lavoro riuscendo a tradurre mini monologhi anche di cinque minuti).

Il più simpatico recitava più o meno così: albergo di uno dei tanti Festival ai quali hanno partecipato, Tavernier sta leggendo un libro ma si alza per rispondere al telefono. Telefonata molto lunga (pare un’abitudine consueta del regista) e la Azéma nel frattempo, grazie alla sua allenata memoria da attrice, impara due pagine del libro a memoria, appunto, e, al ritorno di Tavernier, le recita millantando una grande conoscenza del libro e dell’autore ricevendo in cambio un “sei davvero colta!” da Tavernier che, a sua detta, rimane il premio più bello (pur rubato con un piccolo imbroglio) ricevuto in carriera. Detta così forse non vale molto, ma avreste dovuto ascoltare la splendida Azéma mentre lo recitava imitando le voci di tutti.

In omaggio al Leone, si proietta un vecchio film del regista francese, “La vie et rien d’autre“, con protagonisti proprio Sabine Azéma e uno strepitoso Philippe Noiret, più volte evocato durante la proiezione, e ringraziato da Tavernier che afferma di dovergli praticamente tutto.

Uno dei migliori film visti alla Mostra finora, che vi consiglio caldamente di recuperare SUBITO, anche perchè è del 1988, e immagino abbia una reperibilità totale, o almeno credo (io l’ho visto quest’oggi per la prima volta). Un dramma storico, che abbina alla perfetta ricostruzione d’epoca (la Francia post prima guerra mondiale, ancora impegnata a contare i morti e a risorgere dalle macerie) ad un apologo umanista e universale sull’importanza di superare i lutti e i dolori, di non vivere ancorati al passato, di cercare l’amore con coraggio e incoscienza.

Noiret e la Azèma strepitosi, tantissimi personaggi di contorno che riescono ad approfondire e delineare caratteri in tre battute, una regia illustrativa completamente al servizio della storia, l’ampiezza di un romanzo in poco più di due ore di proiezione: un capolavoro ragazzi, senza girarci troppo attorno. Avevo visto solo suoi film molto meno interessanti (a mio parere), oggi mi ricredo rispetto ai dubbi iniziali e affermo ufficialmente che si tratta di un Leone meritato, anche per l’umiltà e l’amabilità della persona. È sempre bello, poi, quando si nomina così tante volte l’immenso Philippe Noiret nel corso di una giornata, attore che personalmente venero ai limiti dell’adorazione mistica.

Qualche problema in avvio della premiazione, e un discorso sulla professionalità degli addetti della Sala Grande andrebbe affrontato. Ma lo faremo domani, quando si potrà anche tracciare un bilancio quasi completo del Concorso, invero deludente e con poche punte, ma se state seguendo le nostre recensioni ve ne sarete già accorti, e se non lo state facendo mollate ora questo diario e andate subito a recuperarle tutte.

Si scherza (ma devo davvero continuare a puntualizzarlo ogni volta? Forse no, vero?). Rimanete ancora qui un attimo con me perché voglio chiudere questa puntata, come vi avevo anticipato prima, con il direttore Alberto Barbera. Che dovrebbe essere confermato ancora per un altro anno grazie alla proroga di dodici mesi del suo contratto. Niente di male per la cosa in sé, ma la notizia della conferma è stata data dal Presidente della Biennale Paolo Baratta sciorinando numeri e dati. Più presenze, più pubblico, grande successo, quindi Barbera DEVE rimanere. Forse le proiezioni semi vuote, il Lido che ieri sera era deserto già alle 22, gli ingressi in sala facili rispetto alle lunghissime file dello scorso anno, sono solo una mia impressione. La cosa bella è che tutti i giornalisti che si lamentano “off record” di questo, poi non ne scrivono sui loro giornali limitandosi a pubblicare il comunicato di Baratta.

E allora stendiamo tappeti rossi a Barbera e alla stampa italiana, magari avete ragione voi. Io nel mio spazio mi limito a dire quello che penso, senza rimorsi di coscienza. Oggi uno spazio più serio dell’ultimo, come vi avevo promesso, sul prossimo non prometto nulla, vediamo come andrà…

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