Home > Recensioni > Venezia 72 — Lolo

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Non si può certo parlare di sorpresa, perché sulla bravura di Julie Delpy in qualità di attrice e sceneggiatrice “brillante” non vi erano dubbi di sorta (straconsigliata, se vi manca, la trilogia di Linklater dove lei e Ethan Hawke duettano senza sosta con dialoghi fitti, ritmati, semplicemente irresistibili), ma in questo “Lolo“, presentato a Venezia 72 all’interno delle Giornate degli Autori, dimostra anche di essere una regista che ha imparato benissimo i tempi della commedia.

La Delpy (anche protagonista) interpreta Violette, borghese ultra parigina che, in una vacanza nel sud della Francia, incontra l’uomo della sua vita (Dany Boon). Al ritorno a casa, però, i due dovranno fare i conti con Lolo, il tirannico e geniale figlio di Violette che non intende cedere il controllo della casa e dei sentimenti dell’amatissima mamma …

La prima mezz’ora è splendida, si ride di gusto con una sequela di battute che prendono di mira qualunque cosa, uomini e donne, cittadini e provinciali, ma era onestamente difficile mantenere quel livello per un’ora e mezza.

Julie Delpy scrive la sceneggiatura insieme a Eugenie Grandval, ed ecco che i punti di vista dei due sessi possono dispiegarsi senza rischiare il luogo comune o la banalità. Il film diventa poi un più convenzionale trattato sul complesso di Edipo, sul cordone ombelicale da tagliare tardivamente, sull’accettazione della felicità materna attraverso un nuovo amore.

Dany Boon perfettamente in parte e, a mio parere, bravo come poche altre volte. A 45 anni l’esteriorità fisica dev’essere forzatamente lasciata da parte, ed allora meglio un solido ed amabile Boon (bruttino, con le orecchie da Dumbo, ma, nel film, con …. altre qualità) che il belloccio Hawke, sfuggente e inaffidabile. Autoironica la Delpy, donna ed artista di talento (e bellezza) davvero raro.

Pro

Contro

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