Home > Recensioni > Venezia 72 — Mr. Six

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La chiusura della 72ma edizione della Mostra cinematografica di Venezia è affidata al cinese “Mr. Six” di Guan Hu, e non possiamo che chiederci quale ragionamento risieda alla base di questa pressochè incomprensibile scelta. Un prodotto sicuramente ben confezionato, dalla regia dinamica e perennemente in movimento senza mai scadere nel virtuosismo fine a se stesso, ma con degli enormi problemi di sceneggiatura (alcuni probabilmente derivati dal ferreo controllo del regime cinese su tutto quanto esporta l’immagine del Paese fuori dai confini), e un moralismo di fondo già decrepito cinquant’anni fa. La proiezione di questa sera sarà ad ingresso gratuito per tutti i cittadini veneziani che vorranno assistervi, ma si poteva sicuramente fare un regalo migliore ad una popolazione che sembra subire il Festival più che apprezzarlo.

 “Mr. Six” si svolge nell’odierna Pechino, tra grattacieli avveniristici e quel che resta delle basse case racchiuse in un intrico di vicoletti. Due generazioni a confronto, due stili di vita, due mondi che si scontrano lungo le strade della capitale. Mr. Six (Feng Xiaogang) è un attempato signore che gestisce una drogheria nella vecchia zona della città, Xiao Fei (Kris Wu) è un giovane ricco e viziato che di notte attraversa le superstrade della metropoli a bordo di una fiammante Ferrari. Sembrano appartenere a due mondi diversi e, invece, condividono non solo la città, ma il fatto di essere a capo di due gang, una sgangherata e in pensione – quella di Mr. Six – e una in piena ascesa guidata dai ragazzotti al seguito di Xiao Fei. A scatenare l’inferno è Xiaobo (Li Yifeng), il figlio di Mr. Six, che – a seguito di un’offesa al gruppo di Xiao Fei – viene sequestrato dalla gang giovanile. A Mr. Six non resta che richiamare il fidato Men San (Zhang Hanyu) per rimettere insieme la banda e pianificare una strategia vecchia maniera per riscattare suo figlio.

Sembra un incrocio tra “Blues Brothers” e “Mezzogiorno di fuoco” a leggere la sinossi, vero? E’ invece è un film per cui potremmo coniare la categoria “drammaturgia della promessa mancata”. Le due gang, i giovani e i vecchi, si scambiano reciprocamente minacce, si offendono, si danno continuamente appuntamento per un’epica resa dei conti … che non vedremo mai. In più Mr. Six ha un ferreo codice morale aggionato ai tempi moderni quanto lo era il protagonista de “Il tassinaro” di Alberto Sordi: per tutta la prima parte del film non fa (quasi) nient’altro che lamentarsi dei giovinastri (Sordi usava compulsivamente il termine “birbaccioni”, ma siamo lì). La rappresentazione della gang giovanile da ragione a lui però, formata da una manica di sciamannati dediti solo alle risse e alle corse automobilistiche.

Tutto da buttare, dunque? Assolutamente no. Guan Hu muove la macchina da presa attorno al suo personaggio principale conferendogli un carisma che lo stesso su carta non avrebbe, i costumi da “manga” della gang giovanile sono folli al punto giusto, i vicoli sporchi e umidi dei quartieri popolari di Pechino sono una scenografia accattivante.

Uno di quei prodotti di regime provenienti dalla Cina che troviamo puntualmente ad ogni Festival , dove la tradizione e la moralità della generazione tuttora al potere basta a sconfiggere e a educare i giovani deideologizzati e i biechi affaristi, accomunati forzatamente in una rappresentazione unica del “nemico”. Ma la forma cinematografica, come già detto, è molto buona. Speriamo che il talentuoso Guan Hu, pur di lavorare, non continui a farsi imporre script come questo.

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Contro

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