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  • Venezia 72 — Non essere cattivo

    Diretto da Claudio Caligari

    Data di uscita: 08-09-2015

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Claudio Caligari è ancora tra noi.

Non essere cattivo“, il suo ultimo, bellissimo film, passato oggi fuori concorso a Venezia 72, e arrivato a qualche mese dalla prematura scomparsa del regista di Arona per una grave malattia, è un testamento artistico che contribuisce ad amplificare il cordoglio per la perdita di un vero uomo di cinema, riuscito a portare a compimento solo tre progetti in trent’anni (gli altri due, “Amore tossico” e “L’odore della notte”, meritano di essere recuperati da chi non li conosce) per la costante vocazione all’indipendenza intellettuale, per il continuo rifiuto del compromesso, per non aver mai chiesto né ricevuto il biglietto d’ingresso a quelle conventicole radical chic che ormai rappresentano i veri gruppi di pressione per l’orientamento di fondi e risorse nel cinema italiano.

Grazie all’impegno dell’amico Valerio Mastandrea, in veste di produttore nel senso più puro del termine, “Non essere cattivo” oggi è un film che avrà la vetrina della mostra veneziana (ma solo nel più rassicurante fuori concorso, scelta discutibile) e, da domani, verrà distribuito in sessanta copie in tutto il territorio nazionale.

Vittorio (Alessandro Borghi) e Cesare (Luca Marinelli) hanno poco più di vent’anni e non sono solo amici da sempre: sono “fratelli di vita”. Una vita di eccessi: notti in discoteca, macchine potenti, alcool, droghe sintetiche e spaccio di cocaina. Vivono in simbiosi ma hanno anime diverse, entrambi alla ricerca di una loro affermazione. L’iniziazione all’esistenza per loro ha un costo altissimo, e il destino ha in serbo per loro percorsi molto diversi, almeno all’apparenza …

Si può parlare a ragion veduta di un film postpasoliniano senza il timore di buttar lì un riferimento ormai abusato: nelle intenzioni dello stesso Caligari, il film compone una trilogia ideale che ha in “Accattone” dello stesso Pasolini e in “Amore tossico” i due precedenti capitoli. Non è solo l’ambientazione a Ostia e le suggestioni che la stessa porta con sé a rendere perfetta e, in un certo qual modo, inevitabile l’assimilazione, ma è soprattutto una questione di sguardo e sensibilità, di una maniera di raccontare le borgate e l’umanità composita e disagiata che le attraversa (ancor prima di abitarle, l’abitare prevede un’appropriazione dello spazio molto difficile in contesti disagiati e lasciati allo sbando, meglio parlare forse di momentanea appropriazione, con il momento che può anche durare una vita intera), di uno sguardo emotivamente coinvolto e “orizzontale” rispetto ai personaggi, senza mai scadere in intenti predicatori o in giudizi affrettati.

Caligari e i suoi bravissimi sceneggiatori ci raccontano la storia di Cesare e Vittorio (nomi non scelti a caso, rappresentativi di una “grandeur” romana ormai confinata nel passato), e la ambientano nel 1995, in un momento di grande disorientamento del nostro Paese, quando la sbronza farlocca di Italia 90 aveva ormai lasciato il posto a Tangentopoli, alle stragi e al rinnovamento finto di una classe politica caduta da allora in un abisso sempre più senza fondo. Tutto questo nel film non c’è, ma ne vediamo i risultati. Ostia, come negli anni Ottanta di “Amore tossico”, dell’eroina e dell’Aids, continua ad essere un non-luogo dove imperversano la cocaina e le pasticche, il lavoro a giornata e le discoteche per le quali l’unico discrimine che divide il mondo è l’indossare una giacca, la piccola criminalità forse più cialtrona ma non meno cattiva.

Perchè i soldi servono, e non bastano mai, perchè il riscatto sociale (impossibile oggi ancor più che ai tempi di “Accattone”) passa sempre dal sogno piccolo-borghese di una casa accogliente, di una Tv gigante, di una famiglia. A tratti il film diventa uno spaghetti western, si scavano tombe sotto la minaccia di un fucile, ci sono regolamenti di conti con armi da fuoco in bar trasformati in saloon (ma oggi a sparare è l’ex indifeso locandiere, non più il rapinatore, legittimato dalla stessa difesa di quel piccolo benessere), ci sono il grasso, il secco, c’è una variazione sul tema della “trilogia del dollaro” di leoniana memoria.

Potremmo dire tante altre cose (la sorella di Cesare morta di Aids a rappresentare un legame indissolubile con il mondo di “Amore tossico” di dieci anni prima, il tentativo di normalizzazione tramite il lavoro, la spirale che non si chiude mai nello struggente finale) ma dobbiamo fermarci qui, lo spazio a disposizione è terminato. Andate a vederlo in sala in questi giorni, e cercate d’instaurare un fecondo passaparola: il film vi divertirà nella prima parte e potrebbe anche farvi piangere nella seconda, ma sarà un’esperienza cinematografica che non dimenticherete. Cerchiamo di onorare (come troppo spesso accade) dopo la morte chi è stato completamente dimenticato in vita.

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