Home > Recensioni > Venezia 72 — Sangue del mio sangue

Bobbio è la città natale di Marco Bellocchio, dove nel 1965 ha girato il suo primo film, “I pugni in tasca“, e dove dal 1995 ha attivato un laboratorio cinematografico estivo. E proprio a Bobbio Marco Bellocchio ha scelto di ambientare “Sangue del mio sangue“, oggi in concorso alla 72esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.

La storia è formata da due blocchi cronologicamente lontani ma legati da un luogo, le prigioni di Bobbio: lì nel diciassettesimo secolo suor Benedetta (Lidiya Liberman, attrice teatrale al suo primo ruolo cinematografico) venne murata viva dopo che il sacerdote Fabrizio, con la quale la donna aveva una relazione, si tolse la vita.

Ai giorni nostri, quelle stesse prigioni sono oggetto d’interesse di un miliardario russo che vorrebbe comprarle. Lo accompagna Federico (Pier Giorgio Bellocchio), un presunto ispettore del Ministero. Ma Bobbio ha troppi segreti da nascondere e non è pronta ad accogliere, e a farsi mettere in discussione, dai nuovi venuti.

“Sangue del mio sangue” ripropone molti temi cari a Bellocchio: la religione, la famiglia, il confronto con la società e il senso di estraneità che ne deriva fino all’estremo rifiuto del mondo (qui in particolare nel personaggio del Conte interpretato da Roberto Herlitzka, che sceglie di non esistere più).

La struttura bipartita, per ammissione dello stesso regista-sceneggiatura, non ha pretese di inattaccabilità e coerenza assoluta, ma vuole solo offrire suggestioni. A una prima visione, sembra che il segmento contemporaneo sia quello più autonomo dal punto di vista tematico, e che la parte seicentesca abbia il compito di visualizzare e rendere concreto un passato che altrimenti sarebbe solo evocato dall’atmosfera antica di Bobbio e dalla chiusura culturale e sociale che da sempre opprime il paese.

Spicca nel cast, e non poteva essere altrimenti, Roberto Herlitzka, l’unico in grado di rendere davvero naturale e umana quella recitazione dal taglio ironico e anti-naturalistico richiesta dal film (e in realtà tipica di buona parte della produzione di Bellocchio).

Qui a Venezia qualche fischio è volato, ma “Sangue del mio sangue” resta in fondo un’opera in linea con la filmografia recente di Bellocchio: un po’ avvitata sulle proprie ossessioni, ma mai banale.

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