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Venezia 72 — Spotlight, il premio a Jonathan Demme e i gangsters di Renato De Maria

Dev’esserci qualcosa di strano nelle tubature delle case qui al Lido di Venezia. Fatto sta che ben tre case di colleghi vengono invase dall’acqua nella mattinata di oggi, e alle riparazioni provvede per tutti una sorta di Super Mario (sior Mario, vista la location), che probabilmente ha passato la notte a sabotare quante più case ha potuto.

Il pensiero di tutti sarà subito andato alla famosa “acqua alta” veneziana; noi, per il momento, non abbiamo avuto problemi, ma ci vorrebbe un turno di guardia notturno per evitare che baffoni in salopette vengano a procacciarsi del lavoro in una maniera così barbara. Si scherza, un applauso al compagno idraulico che si è guadagnato la giornata risolvendo i problemi di noi lavoratori e lavoratrici dell’arte (o come ci piacerebbe tanto che qualcuno ci chiamasse).

La giornata inizia con un Fuori Concorso attesissimo, del quale c’aveva già parlato Mark Ruffalo nell’incontro avuto a Giffoni poco più di un mese fa: “Spotlight” di Tom McCarthy (qui la recensione). Il bollente tema della pedofilia del clero all’interno della diocesi di Boston, che ha portato più di un Papa a porgere le sue scuse alle vittime, è trattato in maniera rigorosa in un film/indagine che ha in “Tutti gli uomini del presidente” di Pakula il nume tutelare (anche citato esplicitamente più volte).

Tutto perfetto, la realizzazione, le scenografie, i costumi, gli attori, forse TROPPO perfetto. Ricordate quello che si diceva per “Era mio padre” di Sam Mendes una decina abbondante d’anni fa, dove la ricostruzione filologica inaridiva il cuore della narrazione? Ecco, è l’esempio più immediato che mi viene in mente per paragonarlo ad un film che (forse) avete già visto. Il temuto film/scandalo ci va con i piedi di piombo, segue l’indagine giornalistica anche nel suo sviluppo, attentissimo a provare qualsiasi affermazione prima di metterla in bocca ad un personaggio.

Quasi un documentario per come mette in scena il reale svolgersi degli eventi (oppure potremmo usare il termine “docufiction” tanto in voga al momento). In realtà è cinema puro, civile, NON appassionato, cerebrale, ma da vedere comunque, specialmente se si è tra quei cattolici che continuano ostinatamente a negare l’evidenza. Non è “Good Night & Good Luck” di Clooney, ecco, quel film aveva una passione che qui manca, e, almeno per il sottoscritto, questo è un problema non da poco.

Nel pomeriggio riceve un premio inutile, il premio Persol al “talento visionario” (una roba che può voler dire ogni cosa e il suo contrario), uno dei cinque registi statunitensi più grandi tra quelli in vita: il maestro Jonathan Demme, ma ben venga che gli si dia qualsiasi premio.

Arriva in tenuta da fricchettone contro ogni etichetta (pallido e smagrito come vi ho già detto ieri, ma soprassediamo che è meglio incrociando comunque le dita), abbraccia e ringrazia Barbera per la dovuta presentazione/esaltazione, si sottopone svogliato al rito delle foto col premio in mano da ogni angolo e in ogni posizione, e va via lasciandoci ad una proiezione attesa/temuta, quella di “Italian Gangsters” di Renato De Maria, che l’anno scorso aveva presentato qui l’orribile “La vita oscena” (e di quelle bordate di fischi e cattive recensioni ancora sente il peso, ma ne parleremo più avanti).

E invece De Maria fa un buon lavoro, presentando in concorso a Orizzonti un documentario storico/sociale in pieno stile Istituto Luce, aggiungendo però un elemento insolito, la recitazione di monologhi ispirati alle parole pronunciate dai personaggi reali raccontati. Parliamo di trent’anni di storia di quei rapinatori di banche che imperversarono a Milano con le loro spettacolari imprese criminali tra la fine degli anni Quaranta e quella dei Sessanta. Sei di questi vengono interpretati da attori teatrali in monologhi alternati e sapientemente frazionati al montaggio, e il loro racconto viene illustrato da tante forme audiovisive (brani di film, telegiornali, riprese documentarie, foto) assemblate per dare un nuovo senso illustrativo alla narrazione. Molto bravi gli attori e, parallelamente alle gesta criminali di questi uomini costantemente sopra le righe, si raccontano trent’anni di storia italiana in generale, e della città di Milano in particolare, con i cambiamenti politici, sociali e culturali intervenuti. Non un prodotto da distribuire in sala forse, ma ideale per un Dvd+libro e magari una prima serata su Rai3: vedrete, insomma, che la sua strada la troverà. Buona l’accoglienza in sala, e incontro De Maria tutto ringalluzzito una quarantina di minuti dopo, ciarliero e ben disposto per una lunga intervista insieme al cast che pubblicheremo nei prossimi giorni. Vi do solo l’estratto più divertente che avevo anticipato prima, per il resto dovrete aspettare: il regista parla ancora con livore dell’accoglienza ricevuta qui a Venezia l’anno scorso con “La vita oscena” con fischi, pernacchie, improperi irripetibili e senza senso (nel diario da Venezia71 di quella giornata di quella giornata, trovate un’ ampia sintesi di quel pomeriggio ormai diventato “cult” anche nei discorsi dei giornalisti). Soprattutto se la prende con un famoso critico italiano, di quelli che marzullano a tarda notte in Tv in quella pessima trasmissione chiamata “Cinematografo” (ma sì, facciamoci dei nemici anche in Rai e tra i conoscenti che frequentano quel pollaio, ai quali ricordo che se il Gigi nazionale sganciasse qualche euro io sarei tra loro senza pensarci due volte, ironici sì, spocchiosi mai): se volete sapere di chi si tratta, leggete l’intervista, l’attesa sarà breve.

Vi saluto dirigendomi con la baldanza che merita l’evento verso la serata più bella, sulla carta, tra tutte quelle di questo Festival: “Francofonia” di Alexandr Sokurov in Concorso e “In Jackson Heights” di Frederick Wiseman uno in fila all’altro. Nel buco spazio/temporale in cui sono entrato dove presente, passato e futuro sono divisioni superate, io li ho già visti, e sono due capolavori incommensurabili. Ma ne parliamo comunque domani.

 

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