Home > Recensioni > Venezia 72 — Spotlight

Presentato fuori concorso alla 72esima edizione della Mostra di Venezia, “Spotlight” è un solido dramma diretto dall’eclettico Thomas McCarthy, attore, sceneggiatore e, appunto, regista.

Già annunciato come un potenziale “caso” per l’argomento scottante trattato, la pedofilia imperante nel clero dell’arcidiocesi di Boston, si rivela essere un’opera che rifugge qualsiasi sensazionalismo per affidarsi invece ad un’indagine seria, circostanziata e meticolosa, la stessa che mettono in piedi i giornalisti del team “Spotlight” protagonisti del film.

Il tutto è tratto da una storia vera che fece molto rumore negli Usa una quindicina d’anni fa, ed ebbe molta meno risonanza mediatica qui da noi, per ovvi motivi che non devo certo spiegarvi in questa sede.

“Spotlight” è un inno al giornalismo d’inchiesta, un modo di fare informazione sempre più in disuso in tempi di crisi dell’editoria e tagli alle redazioni, che cerca la notizia approfondendo tematiche anche con lunghi mesi di ricerche, l’antitesi delle newsroom da desk e da comunicati stampa che ormai cannibalizzano la produzione di contenuti informativi, che prediligono la quantità abnorme di notizie a scapito della qualità e della profondità.

Il team “Spotlight” è una redazione indipendente e interna al Boston Globe, che negli anni si è guadagnata una credibilità del marchio tale da concedersi libertà ad altri negate, come intentare una causa alla Chiesa di Boston per desecretare i materiali relativi alle decine di casi di pedofilia da parte di sacerdoti della diocesi, puntualmente trasferiti dalle parrocchie dei misfatti, con le famiglie silenziate tramite transazioni in denaro.

Il cast è davvero di prim’ordine, ed annovera, tra gli altri, Mark Ruffalo, Michael Keaton, Rachel McAdams, Liev Schreiber, Stanley Tucci.

La confezione cerca la ricostruzione quasi filologica delle ambientazioni e delle atmosfere, prendendo a modello nella narrazione le pietre miliari della “detection” giornalistica cinematografica (“Tutti gli uomini del presidente” di Alan J. Pakula su tutti, lungamente citato, soprattutto con i dinamici carrelli laterali all’interno della redazione).

Tutto perfetto, dunque? Fin troppo, a mio parere. Una materia così incandescente viene affrontata in maniera fredda e quasi ingessata, sfiorando la noia in più punti.

E’ un po’ come se McCarthy avesse voluto raccontare la vicenda in maniera molto più vicina al documentario di tanti doc veri e propri, provando ogni affermazione, mostrandoci lunghe ricerche in archivio, arrivando al sospirato articolo di denuncia negli ultimi minuti e lasciando conseguenze e reazioni ad un canonico testo su schermo nel finale. Cinema civile dunque, giusto, necessario, ma il trasporto emotivo sta davvero da tutt’altra parte.

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