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Venezia 72 — Taj Mahal, intervista a Nicolas Saada e Stacy Martin

Taj Majal” di Nicolas Saada è uno dei film in concorso nella sezione Orizzonti della 72esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Il film «nasce da una duplice storia vera: una macrostoria, quella dell’attacco terroristico che il 26 novembre 2008 colpì Mumbai, e una microstoria, quella di una diciottenne francese, Louise, che si trovava nell’hotel Taj Mahal Palace con i genitori» (qui la recensione completa).

Ad interpretare Louise è Stacy Martin, la 24enne attrice francese che abbiamo conosciuto nei panni della Joe ragazzina in “Nymphomaniac” di Lars Von Trier e che di recente ha preso parte a “Il Racconto dei Racconti – Tale of Tales” di Matteo Garrone (era la versione magicamente ringiovanita di Dora, nell’episodio “Le due vecchie”). In più, qui a Venezia era anche nel cast di “The Childhood of a Leader“, il film di Brady Corbet in Orizzonti.

Delicatissima tanto nell’aspetto quanto nello stile di recitazione, Stacy Martin ci ha detto che due delle sue attrici preferite, e punti di riferimento, sono Isabelle Huppert e Gena Rowlands («sto vedendo i film di John Cassavetes in questo periodo, lei è fenomenale»). Bravissima, Stacy, ottime scelte.

Ma partiamo dalle domande al regista, che tra l’altro parla benissimo italiano.

NICOLAS SAADA

Perché ha scelto di raccontare questa storia dal punto di vista di una ragazza?

Non volevo realizzare un film che proponesse sugli eventi narrati un punto di vista oggettivo, quasi di tipo documentario, e che sicuramente sarebbe stato molto più costoso. Mi interessava piuttosto il punto di vista di questa ragazza che mi aveva descritto la propria esperienza in modo molto dettagliato. Non mi interessava girare un thriller né un classico film drammatico, ma raccontare l’attacco terroristico attraverso lo sguardo delle vittime e stabilire così una forte relazione col pubblico Troppo spesso si parla del terrorismo in termini astratti, senza pensare alla gente che viene colpita. Con “Taj Mahal” voglio invitare gli spettatori a condividere la forte esperienza di Louise e suscitare in loro delle riflessioni.

Avevo l’ambizione di girare un film di tensione senza sangue e senza violenza grafica, con una sola protagonista in luogo chiuso. La testimonianza della vera Louise mi suggeriva vari livelli di terrore, e la regia doveva seguire questa progressione. Per riuscirci avevo naturalmente bisogno dell’attrice giusta.

Come ha organizzato le riprese della lunga parte centrale del film, quella dell’attacco terroristico?

La lavorazione è stata divisa in tre blocchi: le riprese delle strade di Mumbai e della facciata esterna dell’albergo, gli interni del Taj Mahal, appositamente ricreati su un set a Parigi, e infine l’aggiunta degli effetti visivi. Lo spazio ha un ruolo importante nel film, perché le sue caratteristiche cambiano: all’inizio il Taj è un ambiente lussuoso e pieno di luce, poi arrivano il buio e la paura, e le immagini diventano monocromatiche. Abbiamo cercato di essere il più precisi possibile da un punto di vista tecnico perché avremmo potuto vedere il risultato finale non prima di quattro o cinque mesi, al montaggio e in post-produzione. Allo stesso tempo, però, desideravo dare agli attori il giusto spazio, e trovare quindi un equilibrio tra le esigenze tecniche e quelle artistiche.

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Stacy Martin a Venezia 72

STACY MARTIN

Cosa ti ha attratto maggiormente nella sceneggiatura di Nicolas Saada?

Due aspetti: il fatto che fosse una storia con una protagonista femminile, cosa non molto frequente, e poi perché si basava su una storia vera, contemporanea, e purtroppo molto rilevante per i tempi in cui viviamo. Una storia che sembra appartenere al genere d’azione ma che tratta anche argomenti importanti dal punto di vista umano. “Taj Mahal” non ti dice cosa è giusto e cosa e sbagliato, ma è un film che ti invita a pensare e a domandarti cosa faresti tu in una situazione del genere. Un invito alla riflessione di cui abbiamo grande bisogno: dovremmo tutti cercare di essere più consapevoli politicamente, informati, responsabili, e comprendere che ciò che accade ovunque nel mondo ci riguarda da vicino, perché viviamo tutti sullo stesso pianeta. Dovrebbe essere ovvio, ma io stessa quand’ero più giovane facevo fatica a pensare in questi termini.

Per gran parte del film Louise dialoga con gli altri personaggi solo attraverso il telefono: come hai lavorato su questo aspetto?

È stato quasi come interpretare un monologo, e ho cercato di lavorare su due diverse qualità della voce di Louise: quella più istintivo e quella più razionale, che viene fuori soprattutto quando parla con il padre. A livello pratico, indossavo un piccolo auricolare che mi guidava perché la sceneggiatura ha lasciato un certo spazio all’improvvisazione. La mia parte è stata girata a Parigi, ed era importante che si legasse con gli altri segmenti filmati invece a Mumbai. Mi piace prepararmi bene prima di arrivare sul set, e qui ho avuto anche la possibilità di parlare con la vera Louise.

Nella sequenza finale Louise interagisce finalmente dal vivo con il personaggio interpretato da Alba Rohrwacher.

Sì, per gran parte del film Louise si trova da sola, e l’apparizione di Alba è un sollievo: finalmente può parlare, guardare negli occhi qualcuno. Conoscevo già Alba ed è stato bello e rilassante poter lavorare con una persona di cui mi fido, specie considerando che il film non è per niente rilassante!

Ti va di raccontarci qualcosa della tua esperienza sul set di “Il Racconto dei Racconti”?

Oh sì! Ero molto nervosa prima di ottenere la parte: mi hanno chiamata per un incontro a Londra ed ero pronta a spiegare che ero consapevole dell’importanza di Matteo Garrone nel cinema italiano contemporaneo, che avevo visto “Gomorra” e “Reality” e li avevo apprezzati molto, e ci tenevo davvero tanto a prendere parte al film. E invece hanno iniziato subito a prendermi le misure per i costumi e mi hanno detto «Ovviamente il ruolo è tuo!» e io «Oh, fantastico…» Il periodo delle riprese in Italia è stato bellissimo: lo stile registico di Matteo è molto diverso da quelli solitamente usati per i film in costume, incredibilmente reale. E poi i luoghi, la musica…

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