Home > Recensioni > Venezia 72 — Taj Mahal

Taj Mahal” di Nicolas Saada, nella sezione Orizzonti della 72esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, nasce da una duplice storia vera: una macrostoria, quella dell’attacco terroristico che il 26 novembre 2008 colpì Mumbai, e una microstoria, quella di una diciottenne francese (la interpreta Stacy Martin) che si trovava nell’hotel Taj Mahal Palace con i genitori (Gina McKee e Louis-Do de Lencquesaing, il direttore del Louvre di “Francofonia“).

La parte centrale del film, quando Saada ci blocca con la giovane protagonista Louise all’interno della sua stanza durante l’attacco, è davvero efficace: ansia, tensione, terrore di fronte a un fuoricampo che non possiamo vedere ma solo ascoltare (spari, grida, esplosioni – buon lavoro anche sul sonoro).

La cornice, con tanto di lungo prologo che mostra le giornate tranquille e solitarie di Louise, suscita invece qualche perplessità: empatizziamo con la ragazza perché è un essere umano in grave pericolo e non fa molta differenza, in termini di identificazione e comprensione psicologica, vedere in azione una giovane francese legata alla famiglia e appassionata di cinema (legge Pasolini e guarda “Hiroshima mon amour”) piuttosto che un qualunque altro ospite del Taj Mahal o una delle persone che lì lavoravano. Ma anche l’unico altro personaggio rilevante, che entra in scena nella parte finale, è un’europea, un’italiana interpretata da Alba Rohrwacher.

Le motivazioni di questa scelta, per Saada, sono personali prima che artistiche (la vicenda di Louise è stata vissuta dalla figlia di un suo amico) ma il rischio di proporre un punto di vista troppo parziale ed eurocentrico su un evento così tragico (195 morti, peraltro quasi tutti indiani) resta.

Stacy Martin (la giovane Joe di “Nymphomaniac“, tra i protagonisti di “Il Racconto dei Racconti” e qui a Venezia anche in “The Childhood of a Leader” di Brady Corbet), è chiamata di fatto a reggere tutto il film, e se la cava egregiamente, grazie a una recitazione semplice e quieta anche nei momenti più concitati.

“Taj Mahal” ha già una distribuzione italiana (Rai Cinema) e, malgrado i suoi limiti, è un film in grado di uscire dal recinto dei festival e parlare a un pubblico più vasto. Non è poco.

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