Home > Recensioni > Venezia 72 — Tanna

Nella minuscola isola di Tanna (Vanuatu), nel Pacifico Meridionale, continuano a esistere delle piccole comunità di aborigeni. La giovane Wawa (Marie Wawa) si innamora del nipote del capo tribù, Dain (Mungau Dain), destinato anch’esso a diventare capo. Tuttavia, il Kastom, il sistema di credenze, leggi e rituali che vige a Tanna, prevede solo matrimoni combinati. Wawa viene promessa in sposa ad un altro uomo come parte di un accordo di pace tra i diversi gruppi tribali in lotta. I due giovani, però, cercheranno di opporsi strenuamente alla decisione prevista dal Kastom.

Dalla loro storia d’amore nacque una canzone rituale, che venne inclusa nel Kastom. “Tanna” dei documentaristi Bentley Dean e Martin Butler, presentato durante la Settimana della Critica a Venezia 72, è la versione cinematografica di quella canzone. 

La particolarità di “Tanna” non risiede solo nella peculiarità del suo cast, ma anche nel suo approccio. Gli interpreti provengono dallo stesso contesto che il film vuole raccontare: da Yakel, uno dei villaggi di Tanna rimasti fedeli alle antiche tradizioni. Un film di grande valore etnografico, anche solo per quest’unico motivo. Solo la gente di Yakel è in grado di comprendere profondamente, e quindi interpretare al meglio, il contesto tribale della storia di Wawa e Dain. Una storia in cui non ci sono buoni o cattivi e la forte necessità di concedere in sposa Wawa ad un membro di una tribù nemica è chiara, non connotata moralmente, come chiaro è il valore del sentimento tra i due giovani.

“Tanna” non parla di una realtà diversa per puro interesse esotico, ma vuole raccontare la storia di un conflitto generazionale appartenente ad una società molto lontana dalla nostra. Il film di Bentley Dean e Martin Butler non cede alla tentazione di filtrare la vicenda attraverso un punto di vista estraneo al contesto. Soprattutto, “Tanna” mostra con chiarezza che anche le civiltà d’interesse etnografico, considerate dai più culturalmente statiche, hanno un’evoluzione interna al loro sistema di credenze e sono comunità vive, che vivono la modernità cercando di rimanere coerenti alle loro tradizioni.

“Tanna” è perciò un film prezioso, perché non stravolge la complessità etnografica che la storia richiede e, allo stesso tempo, riesce a non tradire gli intenti narrativi a favore di quelli meramente documentaristici, riuscendo a raccontare una storia toccante.

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Contro

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