Home > Recensioni > Venezia 72 — The Childhood of a Leader

Quando si sbaglia, a mio parere, è meglio farlo per eccesso di ambizioni che per mancanza di coraggio. E di errori il 27enne Brady Corbet, attore qui al suo esordio da regista, ne commette tanti nel suo film in concorso nella sezione Orizzonti a Venezia 72. Coproduzione europea dal cast prestigioso ed internazionale, con Liam Cunningham (sir Davos Seaworth del “Trono di spade”), Berenice Bejo e un Robert Pattinson in versione cameo di lusso, in scena per non più di dieci minuti (ma gli ultimi tre vi lasceranno letteralmente senza parole, e non certo per le sue capacità recitative). Liberamente ispirato dall’omonima novella di Marcel Proust, cerca di dire talmente tante cose, e talmente tanto importanti, da bruciarsi le ali come Icaro, partorendo un oggetto cinematografico senz’altro originale, ma scombinato e squilibrato nella resa finale.

Diviso in quattro capitoli, il film ha per protagonista Prescott, un bambino molto intelligente ma anche molto problematico. Si colloca in un cruciale momento storico: il mondo sta uscendo dalla tragedia della I Guerra mondiale, i grandi sono riuniti a Versailles e il padre di Prescott, (Liam Cunningham), affianca il presidente Wilson nel tentativo di ridisegnare l’Europa e garantire una pace duratura. Nel frattempo nella casa della campagna francese dove Prescott vive con la madre (Bérénice Bejo), la tata (Yolande Moreau) e un’insegnante di francese (Stacy Martin), i contrasti tra gli abitanti giungono pian piano ad un punto di non ritorno …

Raccontare la nascita delle dittature europee attraverso la complicata crescita di un bambino soggetto all’educazione rigida di genitori ancora ancorati alla tradizione: è solo uno dei tanti obiettivi, tutti ambiziosi, che il film si pone. Corbet si lancia senza paracadute in un racconto metaforico dall’incedere composto, dalla fotografia ricercata, appoggiato parimenti sulle spalle dei suoi (bravi) attori e dell’elegantissima messinscena. Ogni capitolo finisce con uno scatto d’ira, con un rifiuto dell’ordine costituito nella ricca magione francese o con la restaurazione dell’autorità, fino all’ultimo, folle gesto, prodromo della tragedia totalitaria che avvelenerà l’Europa di lì a poco. Il particolare per parlare dell’universale, con la Storia sullo sfondo, e Scott Walker alle musiche a creare un tappeto “noise” di straniante bellezza. Leggendo solo quest’ultimo periodo, ci sarebbe già da accamparsi davanti al cinema in attesa dell’uscita, vero? E invece la narrazione procede a strappi, la visionarietà di alcune sequenze oniriche rimane confinata in se stessa, e alcune scelte narrative e di messa in scena lasciano più di un dubbio. Se perdete ogni traccia di Robert Pattinson dopo i primi minuti non disperate, lo ritroverete in uno dei finali più agghiaccianti (nelle intenzioni) e scult (a conti fatti) di quest’annata cinematografica.

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Contro

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