Home > Recensioni > Venezia 72 — The Endless River

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Il melodramma è un genere che può intrappolare l’incauto regista che vi si avvicina senza la capacità di mescolare ingredienti arcinoti ma da dosare sempre con il giusto mix, pena risultati troppo freddi o eccessivamente sentimentali(stici). E’ un canovaccio avvolgente all’interno del quale si può inserire di tutto, in qualsiasi contesto, in qualsiasi periodo storico: ma qualcosa dentro bisogna metterci, l’involucro non può bastare da solo. In “The Endless River” di Oliver Hermanus, giovane regista sudafricano alla terza prova dietro la macchina da presa, in Concorso a Venezia 72, non c’è NULLA. Un film che mette d’accordo tutti, una volta tanto, nelle stroncature senz’appello, accolto da una selva di fischi alla fine della proiezione per la stampa e da un isolato “incompetente!” urlato a pieni polmoni. Bisognerebbe rivolgere l’epiteto a chi lo ha selezionato e portato in concorso, però, e costringerlo a convocare un’apposita conferenza stampa per sottoporsi alla pubblica gogna.

Tiny (Crystal-Donna Roberts) è una giovane cameriera e si prepara ad accogliere nuovamente il marito in casa propria, dopo quattro anni passati in carcere. Convinta di poter ricostruire il loro rapporto, in realtà dovrà subito ricredersi soprattutto dopo l’assassinio della famiglia di uno straniero di nome Gilles (Nicolas Duvauchelle) che abita vicino a casa sua. Questo causerà un rapido avvicinamento tra la donna e Gilles, sconvolto e rabbioso dopo la morte dei propri cari.

Il film inizia con degli strepitosi titoli di testa in stile Hollywood degli anni Trenta, che montano un’aspettativa di neoclassicismo in salsa terzomondista, che fanno presagire (dai paesaggi di apertura) delle magnifiche inquadrature panoramiche. E invece ci si rinchiude presto in ambienti chiusi e opprimenti, con la macchina da presa attaccata al volto di due attori che non riescono a ripagare l’immensa fiducia che il regista deve aver posto in loro, mentre si spreca l’intero secondo atto tra scatti d’ira, dialoghi inframezzati da pause lunghissime e immotivate, e un ritmo che definire soporifero è perfino poco. Ci si attende quantomeno una catarsi finale, compare anche una pistola, e invece continua a non succedere nulla. Quel poco che succede (come la morte del marito di Tiny) viene confinato al fuoricampo.

Un uomo e una donna perdono in circostanze tragiche che li lasciano moralmente devastati i rispettivi compagni, s’incontrano, e dopo un salto temporale nemmeno troppo lungo eccoli impegnati in una gita tra alberi secolari, in discoteca, sulle spiagge (anche belle) della costa sudafricana. Crediamo di aver capito i due motivi alla base della realizzazione di questo insulso filmetto: il messaggio profondo che vuole veicolare è “chiodo schiaccia chiodo”, nella produzione dev’essere coinvolto il ministero del Turismo sudafricano. Permettetemi un po’ d’ironia a margine, e lasciamo cadere nel dimenticatoio il film più inutile mai incontrato nelle mie esperienze festivaliere.

 

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