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Venezia 72 — Tom McCarthy, Mark Ruffalo e Stanley Tucci presentano Spotlight

Spotlight” è il film diretto da Tom McCarthy presentato oggi fuori concorso alla 72esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, ed è anche il nome del team di giornalisti del Boston Globe che nel 2002 ha portato alla luce i crimini di pedofilia commessi all’interno dell’arcidiocesi locale.

«“Spotlight” è un inno al giornalismo d’inchiesta, un modo di fare informazione sempre più in disuso in tempi di crisi dell’editoria e tagli alle redazioni, che cerca la notizia approfondendo tematiche anche con lunghi mesi di ricerche» (qui la nostra recensione completa).

In conferenza stampa, alla quale hanno preso parte il regista e gli interpreti Mark Ruffalo e Stanley Tucci, l’argomento al centro di molte domande è proprio il giornalismo.

Tom McCarthy: Tutti i film su questo tema sono debitori di grandi classici come “Tutti gli uomini del presidente”, ma abbiamo comunque cercato di non farci influenzare e trovare la nostra strada. Il giornalismo oggi vive un momento difficile, ma può ancora avere un ruolo importante e girando questo film abbiamo voluto sottolinearlo mostrando un esempio positivo. I nuovi mezzi di comunicazione offronto interessanti possibilità e credo poi nell’importanza di sostenere il giornalismo locale, perché è radicato nella realtà di tutti i giorni e quindi in grado di conquistare davvero la fiducia della gente.

Mark Ruffalo: A mio parere i media hanno perso molta credibilità dopo la guerra in Iraq, e la credibilità è fondamentale, è ciò che i lettori cercano: un vero giornalismo investigativo.

Gli attori parlano poi dei propri personaggi (il giornalista Michael Rezendes per Mark Ruffalo e l’avvocato Mitchell Garabedian per Stanley Tucci, ndr):

Stanley Tucci: Quando interpreti un personaggio realmente esistente hai il dovere di mantenerti aderente alla realtà e il più possibile rispettoso.

Mark Ruffalo: Io ho avuto la possibilità di trascorrere molto tempo con Michael Rezendes, ed ero profondamente consapevole della responsabilità di rendergli onore raccontando la verità dei fatti.

Stanley Tucci: Io invece non ho incontrato Mitchell Garabedian, mi sono basato soprattutto sui materiali audiovisivi di repertorio, cercando sempre di rendere giustizia a ciò che è accaduto.

Parallelmente alla pedofilia, il film tocca il tema del tradimento della fede.

T. McCarthy: Sì, è un aspetto che mi ha colpito molto e che non avevo considerato prima di lavorare al film. Dialogando con i sopravvissuti, ci si rende conto che tutti parlano di un doppio abuso: fisico e spirituale. Subire una violenza da qualcuno che si considera una guida, come appunto un sacerdote, fa sentire completamente abbandonati. È un crimine diabolico.

M. Ruffalo: E il tradimento viene avvertito anche dai fedeli non direttamente coinvolti nei fatti. Dopo quelle rivelazioni tantissime persone hanno perduto la fede e smesso di andare in chiesa, anche in paesi, come l’Irlanda, dove il cattolicesimo ha una presa molto forte. La Chiesa stessa ne esce danneggiata.

T. McCarthy: Non mi aspetto reazioni particolari da parte della Chiesa. Sono cresciuto in una famiglia cattolica e nutro grandi speranze in papa Francesco, ma i cambiamenti reali sono ancora tutti da vedere. Dobbiamo aspettare.

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