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Venezia 72 — Un commento ai premi

Ok, questa volta non ho preso nessuno dei premi principali. Ma era davvero difficile. Un palmarès (quasi) perfetto, quello di Venezia 72, rovinato da un Leone d’Oro che proprio non riusciamo a comprendere. Mi gioco subito il pensiero dietrologico così la facciamo finita: il messicano Michel Franco produttore di “Desde allá” (premio per la miglior sceneggiatura a Cannes 2015 con il suo “Chronic”), stessa nazionalità del presidente di giuria Alfonso Cuarón: sarà indelicato, ma qui al Lido l’abbiamo pensato davvero tutti.

Cominciamo dai premi secondari, dove invece i pronostici li abbiamo azzeccati. Contentissimo per il Premio della Giuria dato a “Abkuka – Frenzy” di Emin Alper, uno dei film più coraggiosi visti quest’anno, una distopia turca che parte come un dramma in sottrazione per poi esplodere con una seconda parte ipnotica e destabilizzante. Non è piaciuto praticamente a nessuno, siamo orgogliosi di averlo difeso fin dall’inizio.

Meritato premio Mastroianni per l’attore/attrice esordiente ad Abraham Attah per “Beasts of No Nation” di Cary Fukunaga, il vero valore aggiunto di un film passato per primo e presto dimenticato.

Il poco pronosticato “L’hermine“, deliziosa commedia francese dai dialoghi brillanti e perfettamente ritmati vince il premio per la sceneggiatura e, e qui scatta l’ovazione, la coppa Volpi al miglior attore al maestoso Fabrice Luchini, autore della performance che più abbiamo amato all’interno del Concorso.

Per la Coppa Volpi al femminile, pronosticare Valeria Golino era davvero facile per tutta una serie di motivi, primo fra tutti il contentino alla folta pattuglia italiana: ma la merita tutta, ed è un modo per far entrare tra i premiati il bellissimo film di Gaudino “Per amor vostro“, nettamente il migliore tra i “nostri”.

Il Gran Premio della Giuria a Charlie Kaufman e al suo “Anomalisa” non è uno scandalo in sé, anche se al sottoscritto non era piaciuto particolarmente, ma ben venga il premio ad un talento della scrittura che più volte, nella sua carriera di sceneggiatore e regista, ha sfiorato il capolavoro. Non qui, e si ha l’impressione che la casella “Anomalisa” serva a riempire la categoria “altri” del palmarès, che aveva altri rappresentanti nel documentario “Behemoth” e nella videoarte di “Heart of a Dog” di Laurie Anderson. Ma ripeto, è un premio che accolgo con simpatia anche masticando amaro.

Poi arrivano i due premi principali … Intendiamoci, “El clan” di Pablo Trapero è uno dei film che ho amato, e si avvale di una regia perfettamente calibrata con la storia e l’argomento. Ma rimane un compito ben fatto, derivativo, molto lontano dal rischio e dall’innovazione. Questo premio DOVEVA andare al Jerzy Skolimovski di “11 Minutes” (che faceva il connazionale Pawlikowski in giuria mentre il Sudamerica prendeva tutto e anche Ceylan era accontentato con il premio a “Frenzy”?).

E poi c’è il Leone d’Oro … La cosa più grave è che i quattro film più belli della selezione (“Francofonia“, “Behemoth”, “Rabin, the Last Day” e, appunto, “11 Minutes”) siano stati completamente ignorati. In favore del film di Lorenzo Vigas, “Desde allá“, un piccolissimo melodramma con buone interpretazioni e poco altro, inclusa una scena di sesso omosessuale particolarmente “caliente”. Non può bastare per vincere il Leone d’Oro, non DOVREBBE bastare. Per i pronostici dei prossimi anni, giuro che non terrò conto della qualità dei film ma penserò soltanto agli incroci geopolitici tra produttori, realizzatori e giurati, come del resto avevo fatto a Cannes prendendoci molto di più.

Si chiude un’edizione da salvare e da ricordare. Questo NON è il Festival di Lorenzo Vigas (ma agli annali rimane il Leone, non c’è nulla da fare), questo è il Festival di Sokurov, Skolimowski, Gitai, Gaudino e Alper. Da Venezia, LoudVision chiude i battenti a vi dà appuntamento all’anno prossimo.

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