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  • Venezia 72 — Viva la sposa

    Diretto da Ascanio Celestini

    Data di uscita: 08-10-2015

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Dopo il toccante viaggio nell’emarginazione dei pazienti con patologie mentali de “La Pecora nera”, con il suo secondo film “Viva la sposa“, nel programma delle Giornate degli Autori di Venezia 72, Ascanio Celestini torna ad essere la voce di un’Italia inespressa, un’Italia, come dice la sinossi, «senza speranze ma non disperata, perché il contrario della speranza certe volte non è la disperazione, ma il fatalismo».

Nicola è un attore alcolizzato che passa il tempo fingendo che stia smettendo di bere. Non ha responsabilità, solo un posto per dormire, un furgone e qualche soldo in tasca. Non ha nessuno che dipenda da lui e nessuno da cui dipendere. Questa, però, è solo una storia che si racconta.

La vita solitaria di Nicola si intreccia con altre storie: quella della prostituta in cerca di aiuto Anna e di suo figlio Salvatore, il cui padre, forse, è proprio Nicola; quella di Sasà, che truffa le assicurazioni bruciando le auto e un giorno si ritrova in questura, coinvolto in un guaio più grande di lui; quella di Sofia, amica di infanzia di Nicola, che sogna di fuggire in Spagna. Sullo sfondo, una bella americana che gira l’Italia vestita da sposa  e attraversa le loro storie per un istante, facendoli, per un attimo, dimenticare la vita vera.

“Viva la Sposa” è la storia dell’uomo che vedi tutte le mattine al bar con un bicchiere di sambuca in mano, della prostituta che noti sul ciglio della strada e poi dimentichi, del ragazzo che finisce, per un motivo a un altro, in questura e poi non ne esce più. È la storia degli italiani che vivono delle immagini patinate che la tv proietta 24 ore su 24, ma poi non riescono più a vedere cosa non funzioni intorno a loro. “Viva la Sposa” è, in fondo, anche la nostra storia.

Celestini racconta queste storie con la consueta leggerezza tragicomica del cantastorie, sotto la quale, però, non è difficile scorgere il peso di questo mondo che sembra di confine, ma in realtà è il mondo in cui viviamo.

Rispetto a “La pecora nera”, che manteneva quasi inalterata la sua natura teatrale, soprattutto nelle modalità con cui era utilizzata la voce fuori campo, risultando a volte farraginoso, Celestini sembra essere riuscito a familiarizzare meglio con il mezzo, confezionando un film corale senza guizzi di regia, ma organico e scorrevole.

Il personaggio di Nicola è, certamente, il più approfondito, ma l’autore romano è riuscito a rendere, con pochi ma azzeccati tratti peculiari, una varietà psicologica che fa trapelare l’esistenza di altri mondi, di altre storie che forse non conosceremo mai. Questo è un po’ il pregio e il difetto del film, perché a volte i personaggi e, soprattutto, le molte tematiche sociali non riescono a trovare il giusto spazio per l’approfondimento. L’intento, però, sembra quello di voler fornire un sguardo generale su una condizione di disagio che troppo spesso è invisibile. Per questo, gli si può perdonare qualche stereotipo di troppo, come nel caso del milanese che vuole far carriera nella malavita, o una gestione forse un po’ sbrigativa della tematica dei “morti di polizia”.

Celestini si rivela ancora una volta un autore in grado di affrontare argomenti non facili, con un tono sobrio che rifugge il sensazionalismo, offrendo svariati spunti di riflessione a posteriori.  Quello che rimane, dopo la visione, è la sensazione di aver preso un pugno nello stomaco, ma non di averlo visto arrivare.

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