Home > Recensioni > Venezia 73 — Arrival

Tra i più attesi del Concorso, arriva a Venezia 73 con la sua fantascienza umanista e filosofica Denis Villeneuve, che con “Arrival” fa le prove generali per il nuovo “Blade Runner” prossimo venturo, in fase di lavorazione in questi giorni. Un film che esibisce tutta la sua ambizione in un’ultima parte che tira le fila del discorso tentando di volare altissimo, tra contrazioni dello spazio/tempo e intimismo sentimentale, planando dall’universale al particolare, e qui bisogna fermarsi per non rovinarvi il “Viaggio”. Qual è la base di una civiltà, il linguaggio o la scienza? E’ la comunicazione che può salvare il mondo? Noi crediamo di sì, il film tenterà di darvi questa e altre risposte, inserendosi in un flusso citazionista (un ulteriore viaggio nel tempo, nella storia del cinema di fantascienza da invasione) che parte da “Ultimatum alla Terra”, sorvola abbastanza velocemente gli “Incontri ravvicinati del terzo tipo” spielberghiani, per poi planare dalle parti di “Contact”, sottovalutato film di Robert Zemeckis (da riscoprire anche soltanto per la scena della corsa sulle scale, che potete trovare anche su YouTube con la denominazione “impossible shot”, per l’epoca avveniristico uso del “green screen” dello sperimentatore Zemeckis, ma il consiglio naturalmente è di rivedervi il film). Se poi gli alieni di “Arrival” comunicano attraverso una sorta di schermo cinematografico, allora capirete anche voi che Villeneuve ha giocato le giuste carte per conquistarci in maniera incondizionata, non riuscendoci poi fino in fondo, come andremo a vedere …

Quando un misterioso oggetto proveniente dallo spazio atterra sul nostro pianeta, per le susseguenti investigazioni viene formata una squadra di élite, capitanata dall’esperta linguista Louise Banks (Amy Adams). Mentre l’umanità vacilla sull’orlo di una guerra globale, Banks con il suo gruppo affronta una corsa contro il tempo in cerca di risposte, e per trovarle farà una scelta che metterà a repentaglio la sua vita e, forse, anche quella del resto della razza umana.
Pur non godendo del budget che ci si aspetterebbe da un film di questa ambizione e con questi contenuti, il canadese Villeneuve si dimostra (più dei suoi colleghi statunitensi) l’erede di quella generazione di cineasti non americani, in genere europei in fuga da dittature e repressioni,  che sbarcò a Hollywood prima , durante e dopo la Seconda guerra mondiale, capaci di cambiare genere continuamente e di presentare sempre prodotti più che validi. Villeneuve è un regista dallo stile solido e dalla mano sapiente anche e soprattutto per il suo eclettismo, cinefilo e insieme ricolmo di spunti per il futuro. Questo suo ultimo film vive il paradosso (ma, d’altra parte, per apprezzare questo tipo di fantascienza ai paradossi bisogna essere preparati e insieme impermeabili, pena le perniciosa perdita della necessaria “sospensione dell’incredulità”) di osare i temi più difficili da affrontare al cinema, quelli riguardanti il senso dell’esistenza e con civiltà extraterrestri in un contesto “adulto”, ma lo fa in un momento in cui il mercato ha bisogno di prodotti di questo tipo, di alternative all’imperante cinefumetto. Questo non sminuisce ma anzi avvicina ancora di più Villeneuve agli illustri predecessori di cui parlavamo prima.
Idee visive che funzionano dunque, come il design dell’astronave aliena, il canale d’ingresso nella stessa con un nero che sfocia nel bianco abbacinante (il direttore della fotografia è il giovane Bradford Young, conferma da tenere d’occhio dopo “Selma” e “1981: Indagine a New York), gli eptapodi degli alieni ribattezzati Abbott&Costello (Gianni e Pinotto in italiano).
Ma anche un cast di contorno abbastanza sprecato intorno alla bravissima protagonista, con Jeremy Renner ridotto ad una sorta di spalla di alleggerimento, Forest Whitaker che entra in modalità “generale ottuso ma buono” e la porta avanti fino in fondo senza sforzo e Michael Stuhlbarg (“A Serious Man”) sottoutilizzato.
Bisogna chiudere, è un film che meriterebbe molto più spazio per essere sviscerato e analizzato, ma così vi rovineremmo parte della visione e delle circonvoluzioni narrative che verso la fine vi piomberanno addosso a cascata, anche un po’ troppo concitatamente. Facciamo che ne riparliamo in un futuro o in un passato prossimo che, come vedrete nel film, non è detto siano poi così nettamente delineati.

Pro

Contro

Scroll To Top