Home > Recensioni > Venezia 73 — Brimstone

Western, thriller, film femminista, anti religioso, anti autoritario, anti sistemico: “Brimstone” di Martin Koolhoven, in Concorso a Venezia 73, vuole essere tante cose ma l’eccessiva ambizione brucia tutta l’operazione come un Icaro cinematografico proprio quando la quota di volo sembrava stabilizzata. Il regista olandese, al suo esordio in una produzione di “serie A”, firma spavaldamente il film premettendo il suo nome al titolo, prendendosene la piena paternità, ma rivela una mano pesante e una mancanza di senso della misura che nuociono terribilmente al risultato finale. Subissato di fischi e contumelie anche ingenerose qui al Lido, “Koolhoven’s Brimstone” corre veloce e incalzante nelle sue due ore e mezza scarse di durata che, in questi giorni di visioni multiple e di complessità variabile, è un pregio comunque non da poco.

Elizabeth (Dakota Fanning) vive in una casa isolata con marito e figli. L’arrivo nel paesino del Reverendo (Guy Pearce) aprirà vecchie ferite e costringerà la ragazza a fuggire da quell’uomo e dal suo burrascoso passato.

Tre capitoli dai nomi biblici (Apocalisse, Esodo, Genesi, e se avete una pur minima confidenza con la Bibbia capirete che non parliamo di un racconto lineare) e una Punizione finale, “Brimstone” percorre il solco di altri western revisionisti e antiepici (“Gli spietati” di Clint Eastwood e “The Homesman” di Tommy Lee Jones su tutti) delineando un mondo brutale e maschilista, un mondo nel quale le donne sono asservite a leggi d’ispirazione veterotestamentaria e precapitalista (“Il cliente ha sempre ragione”, ripete più volte il proprietario del “Frank’s Inferno”, il bordello nel quale è ambientato per la maggior parte il secondo capitolo), dove l’inferno si trova sulla Terra e l’amministrazione della giustizia sparge ingiustizia a piene mani.

Il Reverendo di Guy Pearce (un villain che ricorda il “collega” Robert Mitchum de “La morte corre sul fiume” per implacabilità e perfidia) funziona benissimo finchè lo script lo gestisce come un’apparizione iconica, chee terrorizza al solo manifestarsi in scena. Ma, nelle ultime due parti, la Genesi che ci spiega dove tutto è nato e la Punizione che tutto risolve, la sua presenza ossessiva in scena ne depotenzia anche le apparizioni precedenti. Tutto si riduce ad un parossistico “villain” da brutto fumetto, che somministra frustate e fa scorrere sangue di rado così poco “sentito” e drammatico.

Due attori del “Trono di spade” per sfruttare il momento (Carice Van Houten e un Kit Harington davvero pessimo), una regia ultraclassica nella messa in scena che cerca la provocazione attraverso la crudeltà dell’esposizione delle tematiche e che ruba all’ultimo Tarantino l’unica inquadratura davvero bella, fiamme digitali che divorano (male) i corpi e fiamme reali agghiaccianti nella loro potenza distruttiva. Un film ambivalente, dalla doppia anima e dalla riuscita altalenante che però, se avete la passione per i western “moderni” che mantengono solo ambizione e costumi della tradizione e cercano il realismo storico, se avete la curiosità di vedere un cattivo bidimensionale nerissimo e di saldi principi, se volete rimembrare un tempo in cui la religione cristiana rendeva il mondo oscuro e brutale come oggi l’Isis, questo è il film che fa per voi.

Difficile che da questa Mostra, però, esca fuori con qualche premio.

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