Home > Recensioni > Venezia 73 — El Cristo ciego

Quest’anno la casella sudamericana del Concorso di Venezia 73 è, abbastanza indegnamente, occupata da “El Cristo ciego”, opera seconda del cileno Christopher Murray. 

Il regista gira per la Pampa del Tamarugal, scova facce, corpi, luoghi, e imbastisce una sorta di remake di “Ordet”, capolavoro del maestro danese Carl Theodor Dreyer, destinato a ripiegarsi rovinosamente su se stesso in un finale che disperde anche quanto di buono seminato in precedenza. Il serafico Michael Silva, il Cristo del titolo, attraversa il film con levità, ci racconta parabole su parabole, arriva al momento dell’imposizione delle mani per guarire un amico infermo e … quello che succede da quel momento in poi contraddice tutte le premesse poste, affidandosi ad una nuova visione “trascendente” (ma butttata via).

Michael, da bambino, si è fatto inchiodare le mani ad un albero dal suo più caro amico. Da allora parla da profeta al suo paese, che gli risponde prendendolo in giro. Quando viene a sapere che l’amico di un tempo ha subito un grave incidente, decide che lo guarirà con il miracolo dell’imposizione delle mani e attraversa il deserto a piedi scalzi per raggiungerlo.

Michael sopporta ogni sopruso, si pronuncia contro il culto dei santi ricevendo in cambio una sorta di pubblica gogna, si concede all’amore extraconiugale “perchè non offende Dio”, il suo verbo è semplice e convincente e la sua dedizione alla causa è assoluta. Intanto Murray porta la sua macchina da presa in luoghi desolati, pieni di uomini e donne senza più speranza, disposti ad accettare la venuta di un nuovo Messia pur di ritrovarne almeno un pezzetto. Chiunque può diventare un Messia, nel giusto contesto storico e sociale: un assunto interessante che, imbevuto di misticismo in salsa sudamericana, poteva rappresentare (e le intenzioni erano queste) un ritratto antropologico prima ancora che cinematografico.

Ma la partenza è soporifera, la dilatazione interna agli episodi eccessiva, il finale irrita più che indignare. Forse era quella del documentario la forma più giusta per narrare questa storia, oppure qualche mese in più di lavoro sulla sceneggiatura, che a tratti è visibilmente un canovaccio aperto, che lascia entrare troppi spifferi nelle fatiscenti abitazioni dell’entroterra cileno.

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