Home > Recensioni > Venezia 73 — Hacksaw Ridge

Era molto attesa qui al Lido l’ultima fatica dietro la macchina da presa di Mel Gibson, star dal percorso registico molto particolare e ancor più controverso, dopo i consensi unanimi e la messe di Oscar al suo “Braveheart” del 1995. Il torture porn “The Passion of the Christ” e l’action fantantropologico “Apocalypto” confermarono alcune cose: il suo senso dello spettacolo, la sua capacità di orchestrare riprese precise e dinamiche tese a scomporre le scene di massa in maniera tale da consentire una ricombinazione al montaggio armonizzando una pluralità di punti di vista, e la sua vocazione al martirio con un’attitudine sadomasochistica verso religione, lavoro e vita privata. TUTTO questo si rintraccia con facilità in “Hacksaw Ridge“, presentato Fuori Concorso a Venezia 73, ricalcato sulla storia vera di Desmond Doss, primo obiettore di coscienza dello storia nell’esercito americano che, pur partendo per la Seconda guerra mondiale, si rifiutò sempre di utilizzare o anche solo di toccare un arma per restare fedele ai principi della Chiesa cristiana avventista del settimo giorno di cui era fervente sostenitore. Con la Croce Rossa sul braccio e in veste di soccorritore, salvò 75 soldati durante la sanguinosa battaglia di Okinawa.

La trama del film ricalca gli eventi “reali”, non c’è bisogno di aggiungere altro, e li mette in scena classicamente come nessun altro regista americano riuscirebbe più  a fare, nemmeno lo spesso apparentato Clint Eastwood. L’apertura è obbligata e poco ispirata, strutturata a compartimenti stagni, comincia con Desmond bambino, per poi farlo crescere fino a diventare un Andrew Garfield dall’aria svagata e col sorrisetto a mezza bocca perennemente stampato sulla faccia. Pura convenzione, anche l’addestramento militare con il “solito” sergente inflessibile che poi ritroveremo in guerra impavido (un funzionale Vince Vaughn) e commilitoni campionario di tipi umani da retorica del war movie (Sam Worthington su tutti). Poi, però, si arriva in guerra …

E qui Gibson entra prepotentemente nella storia del genere grazie a un sanguinoso scontro tra statunitensi e giapponesi in tre riprese, e insegna a chiunque voglia prendere nota come si possa organizzare il caos in modo tale da far comprendere perfettamente allo spettatore tutto quello che sta accadendo, le traiettorie dei proiettili, i rifugi improvvisati, l’avanzata dei due fronti. Un allucinato balletto di sangue e morte, che si aggiunge sull’Olimpo dove finora risiedevano Spielberg (“Salvate il soldato Ryan”), Eastwood (“Flags of our Fathers”/”Letters from Iwo Jima”) e Malick “La sottile linea rossa”), per rimanere confinati soltanto agli ultimi vent’anni.

Cinque stelle alla forma quindi, molto meno al contenuto. Davvero difficile leggere, come ha fatto Gibson, in questo esempio di pacifismo e rifiuto delle armi un’ode ai guerrieri, che vanno protetti, difesi e omaggiati, e alla fede “che non è una cosa con cui scherzare”, ci tiene a ribadire in chiusura. La dicotomia ambivalente di un obiettore che fa di tutto per andare in guerra ad aiutare i suoi compatrioti (e anche un paio di avversari) è quella dello stesso regista, uomo di forti contraddizioni ma sempre capace di rimettersi in gioco attraverso la forma d’arte nella uqale meglio sa esprimersi.

In chiusura, per arrivare alla grande battaglia, bisognerà sorbirsi quasi un’ora di retorica a palate (che poi acquisterà un senso anche profondo, ma fin lì è insopportabile), ma il consiglio è quello di resistere, perchè sarete ampiamente ripagati. Gibson è praticamente da solo o quasi a fare ancora questo tipo di cinema (e di questa qualità poi), e i solitari isolati vanno protetti perchè possano esprimersi, anche se fanno parte del campo avverso.

 

 

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