Home > Recensioni > Venezia 73 — Jackie

Anche se eredita da Darren Aronofsky un progetto non suo, anche se si trova alle prese per la prima volta nella sua carriera con la Hollywood trita autori (ma la produzione è Wild Bunch ed è stato girato per lo più in Francia, quindi ricolmo anche di gusto cinematografico europeo), anche se il film è stato terminato praticamente in contemporanea con l’inizio della Mostra, Pablo Larraín continua a non sbagliare un colpo. Al terzo film in meno di due anni (dopo “Il club” e “Neruda”, quest’ultimo ancora inedito in Italia ma in uscita il prossimo autunno) arriva ora in Concorso a Venezia 73 “Jackie”, dedicato all’iconica figura di Jacqueline Bouvier, vedova Kennedy. Ma un autore come il cineasta cileno non si accontenta certo di un biopic illustrativo, e il film diventa l’occasione per una riflessione sulla verità della Storia, sull’edificazione del mito, sul rapporto interdipendente tra immagine e parola, l’ennesimo capolavoro in una filmografia sempre più densa e importante per la storia del cinema del nuovo secolo.

Natalie Portman è “Jackie” Kennedy. Un ritratto della First Lady elegante e profondo, descritto attraverso i gesti contenuti e fini, la voce sussurrante e leggera. Il tempo torna indietro agli Stati Uniti degli anni Sessanta, includendo anche filmati originali del 1963, che confondono realtà e finzione, sulle tracce di una donna che è diventata un’icona. Il lungometraggio si distende su periodo di quattro giorni, a partire da poco prima dell’assassinio del marito e presidente americano John F. Kennedy, lungo i primi dolorosi e concitati giorni che seguirono alla tragedia.

Ne “L’uomo che uccise Liberty Valance”, John Ford faceva dire ad un suo personaggio che, tra leggenda e verità, era più interessante stampare la leggenda, mentre il film ci aveva fatto vedere la “verità”, tranne che nella sequenza decisiva, dove un colpo di pistola non è partito dalla pistola che credevamo (recuperate questo immenso film, anche il vostro amato Nolan se n’è ricordato in più d’un passaggio de “Il cavaliere oscuro”). Tutta la ridda di film, libri, teorie del complotto riguardo all’omicidio Kennedy (causate principalmente dal filmato girato da Abraham Zapruder) vengono anticipate da Ford UN ANNO prima della tragedia, o forse gli organizzatori di questo supposto complotto hanno semplicemente guardato il film. Il cinema crea la realtà, è l’inverso, o entrambe le forze in gioco s’influenzano reciprocamente?

Su questa dicotomia tra finzione della realtà e realtà della finzione è tutto giocato il film di Larraín, nel quale convivono due diverse rappresentazioni della stessa Jackie, la pubblica e la privata. Tutta la mitologia della presidenza Kennedy e del paragone tra quell’istitutivo e la corte di Camelot di re Artù è emerso durante la vita del presidente o è stata un’edificazione mitologica costruita post? Jackie ha sofferto l’uscita di scena dal palcoscenico della Casa Bianca o non vedeva l’ora di eclissarsi e addirittura di raggiungere il suo uomo dipartito? E la coppia era davvero così perfetta o aveva più di un cono d’ombra?

Larraín attacca la macchina da presa alla Portman, la riprende in primo piano frontale per quasi tutta la durata, ne scruta ogni emozione, e ottiene dall’attrice una performance all’altezza, viatico per noi quasi sicuro alla conquista del secondo Oscar nel 2017. Vedrete uno degli omicidi politici più tristemente celebri ripreso da una prospettiva inedita, tre piani temporali accavallarsi sempre più vorticosamente per poi moltiplicarsi ancora e arrivare a un finale che lascia senza fiato, e un cast di contorno (citiamo su tutti Billy Crudup, John Hurt e una quasi irriconoscibile Greta Gerwig) che riempie diligentemente la scena. Riempie i CONTORNI della scena, perchè al centro c’è sempre lei, Natalie/Jackie, che in quei pochi giorni tra la morte del marito e l’insediamento di Lyndon Johnson fu la vera regina madre della nazione.

Il film parla proprio di quei giorni, dove una comprimaria di gran classe si prese la scena ed edificò le fondamenta della presidenza del consorte più della risoluzione della crisi dei missili di Cuba e la concessione di maggiori diritti civili alle minoranze. Ma sarà davvero questa la “verità”?

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