Home > Recensioni > Venezia 73 — La La Land

La 73ma edizione della Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia apre alla grande i battenti del Concorso ufficiale con “La La Land” di Damian Chazelle, che due anni fa con “Whiplash” riuscì ad entrare, da outsider assoluto, tra i candidati al miglior film agli Oscar.

E la musica è davvero nelle corde di questo giovane regista poco più che trentenne, capace di orchestrare le sue opere come dei brani musicali veri e propri, con crescendo e decrescendo. Un omaggio fuori dal tempo, ma che i “tempi” meteorologici, le stagioni (a Hollywood uguali e indistinguibili) e le diverse epoche le contiene tutte, armoniosamente contigue in una realtà “altra”, quella del cinema.

Finalmente un musical genuinamente classico, non postmoderno, che aggiorna i comportamenti e le emozioni dei personaggi alla contemporaneità, ma non la struttura. Con un citazionismo delizioso e insieme colto e popolare, dall’overdose pittorica dei 17 minuti a spasso per la storia dell’arte di “Un americano a Parigi” di Vincente Minnelli al “Sogno lungo un giorno” di coppoliana memoria.

Il pianista jazz Sebastian (Ryan Gosling) e l’aspirante attrice Mia (Emma Stone) si trasferiscono a Los Angeles in cerca di fortuna. Tra i due nasce subito l’amore, ma ben presto dovranno far fronte alle difficoltà legate alle proprie ambizioni di successo.

Non c’è davvero bisogno di dire qualcosa di più sull’intreccio, una storia d’amore già vista mille volte e insieme assolutamente originale. “La La Land” si apre, per ammisione dello stesso Chazelle, con un numero musicale ispirato all’ “8 e 1/2″ felliniano, una strada trafficata dove, d’un tratto, i corpi dei guidatori danzano sulle lamiere arroventate. E la macchina da presa comincia il suo viaggio in perenne movimento, seguendo le aspirazioni di Mia e delle sue coinquiline, dei dichiarati cliché hollywoodiani che cominciano a spostare il discorso (una passeggiata negli studi della Warner renderà tutto più chiaro) nell’ambito metacinematografico.

“La La Land” è diviso in quattro capitoli (le quattro stagioni) e un travolgente (e struggente al contempo) epilogo. Nei primi due seguiamo le schermaglie tra i due protagonisti, che si annusano, imparano a conoscersi, danzano sulle colline hollywoodiane in una variazione sul tema (anche musicale) di “Cheek to cheek”, il brano scritto da Irving Berlin per “Cappello a cilindro”, Frad Astaire & Ginger Rogers. Gosling e la Stone sono più impacciati, meno virtuosi, ma la scena si farà comunque ricordare.

Nel terzo e nel quarto capitolo la realtà irrompe e spezza il sogno (è il segmento meno riuscito del film, anche se funzionale), i numeri musicali si diradano fino a scomparire, la macchina da presa si ferma e isola i personaggi in quadri fissi: lo stile di Chazelle è studiato, calibrato e segue, proprio come un batterista jazz, il “mood” della narrazione. Perchè il jazz è l’altro grande protagonista del film, e Gosling ne rappresenta aspirazioni, derive e ferree resistenze.

Ci sono tantissime altre cose in “La La Land”, un’ode alla magia della sala cinematografica ribadita e insistita (da brividi il murales dove i grandi di Hollywood CI guardano), l’impossibilità di armonizzare lo sguardo sul futuro e la difesa della tradizione, l’elogio dei sognatori… ma non voglio dirvi di più, starà a voi correre in sala, rigorosamente IN SALA (il film è in Cinemascope) a metà gennaio del 2017. Uscirete con i piedi staccati da terra, che non vogliono più obbedirvi, e crederete di volteggiare tra le nuvole come i due protagonisti in una scena che rielabora quella mitologica, ancora una volta, del planetario di “Gioventù bruciata”.

Il musical è il linguaggio del sogno, è, in un certo senso, il genere più puro perchè prettamente cinematografico, e il film sublima tutto questo riportandoci alle origini, pur tra telefonini e traffico tentacolare. Che Chazelle sia riuscito ad avvicinare l’impossibile armonia tra modernità e tradizione?

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