Home > Recensioni > Venezia 73 — Les Beaux Jours d’Aranjuez

La fertile collaborazione tra Wim Wenders e Peter Handke (“Il cielo sopra Berlino”) si arricchisce di un nuovo capitolo con “Les Beaux Jours d’Aranjuez”, adattamento cinematografico a quattro mani di un testo teatrale dello stesso Handke, in Concorso a Venezia 73. L’ispirazione che sembrava perduta, viste le ultime opere di finzione del regista tedesco, riemerge in un film dalla cornice visiva curata e complessa, con un uso del 3D straniante e mai invasivo (ma fondamentale per la costruzione scenica), con l’unico neo, e non è certo un difetto da poco, di un copione che non sempre si sposa con le immagini, appesantendo la visione in più d’un passaggio. Qui al Lido non ci sono stati fischi, semplicemente perchè i detrattori sono usciti a proiezione in corso, e chi è rimasto non poteva che applaudire dopo il raggelante e magnifico segmento finale. Leggerete di un capolavoro o di una ciofeca assoluta in giro per cartacei e web, ma voi seguite noi, cercheremo di mettere le cose nella giusta prospettiva.

Una bella giornata estiva, un giardino, una terrazza, un uomo (Reda Kateb) e una donna (Sophie Semin), Parigi sullo sfondo, lontana ma incombente. Sono i personaggi di un dramma che uno scrittore (Jens Harzer) sta battendo a macchina, una vecchia macchina da scrivere, mentre il juke-box pieno di 45 giri suona una canzone dopo l’altra e, forse, assistiamo all’ultima estate del mondo, di QUEL mondo …

L’alba, le strade di Parigi completamente deserte, il 3D che amplifica il vuoto e la profondità, “Perfect Day” di Lou Reed in sottofondo, stacco e siamo in una villa di campagna appena fuori città, la macchina entra in casa, la canzone arriva da un juke-box: folgorante incipit di un maestro assoluto che ogni tanto si dimentica di essere tale, scadendo nel predicatorio e nel didascalico (ma non qui). Ci spostiamo sul tavolo di lavoro di uno scrittore che compone in francese e pensa in tedesco, con le dita che pestano i tasti della macchina da scrivere, e davanti  a noi prendono corpo Fernando e Soledad (nomi spagnoli, terza nazionalità europea presente). Fernando è cerebrale e analitico, Soledad carnale e sensoriale; Fernando vuole sapere tutto delle esperienze sessuali di lei, lei ascolta distrattamente i vagheggiamenti di lui. E’ un uomo a scrivere, e in un punto la cosa diverrà palese, il punto di vista è maschile, riassuntivo di tutto un modo d’intendere l’amore romantico e il rapporto tra i sessi insieme anacronistico e immortale.

Non posso non avvertirvi che la visione potrebbe risultare impegnativa, ma Wenders lo sa e ci scherza su: quando Fernando corre su un prato, subisce una “punizione”, perchè “si era detto solo dialoghi”. Handke, in un piccolo cameo da giardiniere, osserva che le cose vadano come devono, e se ne va; Nick Cave si materializza e suona “Into My Arms” al pianoforte (Lou non può materializzarsi, ahinoi, ma in “Palermo Shooting” era già apparso come spirito in vita) e tanta musica accompagna il fluire delle parole, che non affabulano, non narrano, ma tentano di ammaliare, affidandosi alla fonetica oltre che alla semantica, Finale devastante, pessimista, da brividi. Se vedete una risicata sufficienza, è perchè il film è oggettivamente “per pochi”, ma quei “pochi” possono essere chiunque, basta lasciarsi sedurre dal silenzio, dall’amore, dall’estate, prima di scomparire tutti, fagocitati (o scomposti) da un pixel.

 

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