Home > Recensioni > Venezia 73 — On the Milky Road

Ora possiamo dirlo ufficialmente: uno dei più grandi registi europei degli anni Ottanta e Novanta, una vera rockstar ai tempi de “Il tempo dei gitani”, “Arizona Dream” e “Underground”, amato da tutti e citato da tutti, artisticamente non esiste più. Parliamo, naturalmente, di Emir Kusturica, che porta in Concorso a Venezia 73, a otto anni dal suo precedente film di finzione, “On the Milky Road”, stanca riproposizione dei suoi vezzi e vizi d’autore, che non si avvicina mai nemmeno per sbaglio a quella fusione tra surrealismo, profondità ed enfasi tra il folk e il circense che erano stati i tratti distintivi del suo cinema migliore. Un progetto nato da un suo cortometraggio presente nel collettivo “Words with Gods”, presentato proprio qui al Lido due anni fa, che qui diventa il finale del film: chi è quel monaco solitario che vedevamo in quel corto? E perchè s’inerpicava su una montagna portando con sé un sacco pieno di grossi massi?

Primavera durante la Guerra. Ogni giorno un uomo (lo stesso Kusturica) trasporta il latte e attraversa il fronte a dorso di un asino, schivando pallottole, per portare la sua preziosa mercanzia ai soldati. Benedetto dalla fortuna nella sua missione, amato da una giovane donna del paese (Sloboda Mićalović), tutto lascia pensare che un futuro di pace lo stia aspettando … fino a che l’arrivo di una misteriosa donna italiana (Monica Bellucci) sconvolgerà la sua vita completamente.

L’inizio del film è come tornare a casa: animali (reali) impegnati in azioni ai limiti dell’antropomorfo grazie alla sapiente costruzione al montaggio, alcool a fiumi, battute, elementi slapstick in stile cartoonesco … ma dura pochissimo. Sembra di assistere al concerto di una cover band bollita (non casuali tutti questi riferimenti alla musica per un film dell’ex chitarrista della No Smoking Orchestra) che esegue il classico spartito senza più voglia. Risolleva per un attimo il tutt0 il cameo del grande Miki Manojlovic, in versione villain da fumetto con un occhio solo, che balla nudo avvolto dalla bandiera jugoslava.

La seconda parte è una fuga d’amore con cattivissimi soldati alle calcagna, tra voli sulle ali del vento, tuffi dalle cascate e pecore che esplodono, ed è qui che il film perde definitivamente ogni, senso, ritmo e attrattiva. E’ paradossalmente un film per il grande pubblico, la Bellucci se la cava recitando in serbo, Emir come attore è credibile, ma non c’è un forte collante a tenere unito il tutto. I valori produttivi, poi, sono davvero scadenti, non si capisce davvero perchè un cineasta dall’occhio che sa essere sopraffino come Kusturica abbia montato scene che non aveva i soldi per realizzare.

Per chiudere, un senso d’incompiutezza e svogliatezza che intristisce più che irritare. Eppure, per poco tempo, nella prima parte, c’eravamo sentiti di nuovo a casa.

Pro

Contro

Scroll To Top