Home > Recensioni > Venezia 73 — Paradise

Non è assolutamente semplice valutare con oggettività “Paradise”, il nuovo film del maestro russo Andrej Konchalovskij in Concorso a Venezia 73. Perchè è un’opera con grandi pregi e giganteschi difetti, con pagine di cinema magistrale e cadute di stile imbarazzanti, riflessioni profonde sulle pastoie ideologiche di un periodo della storia atroce e cinematografico come nessun altro (gli anni della Seconda guerra mondiale e delle dittature al potere in Europa) e imposizioni governative che un regista di questa esperienza non dovrebbe mai accettare. L’ambizione è tanta: un personaggio per ognuna delle tre nazionalità “analizzate”, un francese, un tedesco e una russa che, con le loro azioni, si ergono a prototipi del comportamento dei loro Paesi in quegli anni drammatici. E una cornice/escamotage narrativa che fuorvia, affascina e irrita al contempo. Non facile valutare, come vi avevo preannunciato …

Olga (Yuliya Vystskaya) è un’aristocratica russa che milita nella resistenza francese ed è particolarmente attenta alle sorti dei bambini ebrei. Jules (Philippe Duquesne), francese collaborazionista, è incaricato di indagare su di lei. Helmut (Christian Clauss) è un ufficiale delle SS invaghito della donna. Tra guerra e campi di concentramento, un dramma in cui la necessità di sopravvivere imporrà anche le scelte più umilianti.

Tira una brutta aria nel cinema russo, un invito all’esaltazione nazionalista che ci fa ricordare le peggiori pagine del “realismo” che Stalin impose ai cineasti contemporanei all’epoca in cui si svolge la pellicola (in questo caso, anche per alcuni inserti “finti” che rappresentano uno dei problemi stilistici più irrisolti, il termine non è anacronistico). Il paradiso che i tedeschi ebbero la folle idea di istituire in terra per la razza ariana viene qui metaforicamente usato per glorificare, senza svelarvi il colpo di scena finale, coloro che si sono davvero distinti in quei tempi tragici e brutali. C’è bisogno, viste le premesse poste, di specificare chi ci finirà mai?

Il sottogenere (cinico forse definirlo così, ma di questo si tratta) dramma nel lager si arricchisce di un altro tassello, che sposta anche lo sguardo all’interno delle abitazioni degli ufficiali nazisti posti a guardia dei prigionieri (come già fece Spielberg con “Schindler’s List”, tra gli altri), con momenti di decadenza e messa in discussione dell’ ubermensch ben scritte e ben interpretate.

Un cenno all’Italia, che è presente nel film come suggestione culturale, come luogo dell’anima e della nostalgia: in Italia è la villa dove si consoscono i due protagonisti, Himmler afferma che il sogno di Hitler era quello di fare il pittore in Italia, in una delle scene più strazianti una donna anziana muore recitando Dante in italiano.

In conclusione, un film ideologicamente e formalmente problematico, composto di tante sequenze dalla qualità altalenante, pieno di alti e bassi. Il voto non scende quindi sotto la sufficienza, ma la scena finale ancora grida vendetta …

 

Pro

Contro

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