Home > Recensioni > Venezia 73 — Piuma

Era atteso al varco Roan Johnson, regista pisano vincitore del Premio del pubblico a Roma con il precedente lungometraggio “Fino a qui tutto bene” e autore anche televisivo con “I delitti del Bar Lume” su Sky, in Concorso a Venezia 73 con “Piuma”, una commedia che si dichiara leggera fin dal titolo, una scommessa del direttore Alberto Barbera che si allontana dal solco delle Mostre precedenti, con la tendenza a presentare in competizione opere di chiara matrice “autoriale”.

Possiamo dire da subito che l’azzardo, a nostro parere, non ha pagato: il film di Johnson è anche superiore alla media dei film “brillanti” nostrani (non di molto, però) ma non riesce proprio a motivare la sua partecipazione. La severità con la quale tratteremo in parte questo film è dovuta proprio a questo, al contesto, più che alla qualità precipua della produzione. Dobbiamo riconoscere a Johnson comunque (sarà anche per il nome) un respiro internazionale nei riferimenti e nei rimandi appannaggio soltanto di Paolo Virzì finora nella commedia dell’Italia contemporanea.

Ferro (Luigi Fedele) e Cate (Blu Yoshimi) sono due adolescenti sull’orlo della maturità, quando Cate scopre di essere in cinta. I nove mesi della gravidanza saranno una sarabanda, tra amici “abbandonati” che cambiano vita come Patema (Brando Pacitto, protagonista anche dell’ultimo Muccino “L’estate addosso”), genitori in crisi di coppia ed esistenziale (Michela Cescon, Sergio Pierattini) e fisioterapiste “alternative” ma in realtà desiderose di una vita normale e matura (Francesca Turrini).

Due protagonisti che sembrano quelli di “American Life” del Presidente di Giuria qui a Venezia Sam Mendes (ne aveva già realizzato un quasi/remake proprio Virzì con “Tutti i santi giorni”) ma dell’età e con i problemi di “Juno”, famiglie in pulmino con nonno al seguito come in “Little Miss Sunshine”, un pizzico di amicizia maschile in crisi per la fine della scuola come in “Suxbad” (è uno dei segmenti più tralasciati e potenzialmente interessanti). Nulla di male, si badi bene, ma il cocktail di suggestioni prevalentemente altrui non si amalgama a dovere e non è omogeneo.

Il film parte brioso e ritmato per poi arenarsi sulle insistite scene tra la Cescon e Pierattini, litigi lunghi, sempre uguali, con l’attore che rispolvera una toscanità “arrabbiata” cinematografica molto in voga negli anni Novanta e un po’ messa da parte oggi. Johnson va a girare a Roma perchè l’inflessione capitolina rappresenta ormai il vero linguaggio della commedia, la platea lì è potenzialmente maggiore e l’immaginario è più glocalizzato, ma comunque ha bisogno di un personaggio della sua terra per sentirsi probabilmente più a proprio agio. Bravi i protagonisti, specie il giovane Fedele che trova un modus recitativo e riesce a mantenerlo fino in fondo, tematiche indubbiamente attuali lanciate qui e là come lo scontro generazionale (“Dalla lotta di classe s’è passati alla lotta tra generazioni, loro hanno avuto il boom economico, hanno fatto debiti, e ora devono aiutarci”), e un’ode alla maternità che, ma sicuramente è solo un caso, arriva perfettamente in pieno clima “Fertility Day”.

In sala va consigliato a chi vuole riflettere il giusto, in maniera semplice, e farsi perfino qualche risata. I Concorsi internazionali, invece, andrebbero sicuramente aperti maggiormente alla commedia, ma non di questo livello, altrimenti i prossimi anni i vari Veronesi, Brizzi e Genovese potrebbero reclamare anche in questi contesti il proprio spazio.

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