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  • Venezia 73 — Questi giorni

    Diretto da Giuseppe Piccioni

    Data di uscita: 15-09-2016

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Ce l’abbiamo fatta, abbiamo raggiunto il punto più basso mai toccato dal cinema italiano nel Concorso veneziano.

“Questi giorni” di Giuseppe Piccioni non merita la selezione, la sala e soprattutto non merita il contributo del Ministero, un disastro assoluto, sconcertante, che lascia basiti. Errori di continuità, personaggi il cui arco narrativo viene troncato bruscamente, riempitivi con in sottofondo sempre lo stesso tema musicale (già stracult qui al Lido), sequenze autoconcluse che non servono a nulla (in una di queste è coinvolto Sergio Rubini con un cameo che sarebbe meglio dimenticare immediatamente, noi e lui).

Non si fa del bene al nostro cinema (e nemmeno allo stesso Piccioni) gettando questo film in pasto al mondo con il marchio del leone veneziano stampigliato sulla locandina, è una brutta figura per tutti, senz’appello, senza possibilità di motivare minimamente la scelta se non con la puerile giustificazione della casella in quota Italia da occupare. Ma io non voglio credere che non ci fosse nulla di meglio a disposizione, e comunque sarebbe stato meglio lasciarla vuota quella casella.

Una città di provincia. Tra le vecchie mura di fatiscenti case di compagna, si consumano i riti quotidiani e le aspettative di quattro ragazze la cui amicizia non nasce da passioni travolgenti, interessi comuni o grandi ideali. Ad unirle non sono le affinità ma le abitudini, gli entusiasmi occasionali, i contrasti inoffensivi, i sentimenti coltivati in segreto. Ad unirle non è nulla ma intraprendono lo stesso un viaggio insieme per accompagnare una di loro a Belgrado, dove l’attendono una misteriosa amica e un’improbabile occasione di lavoro.

Non è colpa delle quattro ragazze protagoniste (Maria Roveran, Marta Gastini, Caterina Le Caselle, Laura Adriani), del solito sconclusionato cameo di Filippo Timi (che balbetta anche sulla scena questa volta, probabilmente per scelta), di una Margherita Buy che prima tenta di cambiare facendo l’irreparabile svampita per poi risprofondare nel suo classico “mood” non appena si arriva nei territori del dramma (ma probabilmente potrebbe selezionare meglio i ruoli, o almeno provarci). E’ colpa di una sceneggiatura pessima (scritta dallo stesso Piccioni, Pierpaolo Pirone Chiara Atalanta Ridolfi), di una regia dal fiato cortissimo che illustra, segue, mette in primo piano senza mai concedersi una digressione, uno svolazzo, un segno distintivo.

Il problema principale è soprattutto quello della presunzione, di voler tratteggiare un ritratto generazionale senza palesemente capire nulla dei  giovani di oggi (ma anche di quelli di ieri); ragazze del Duemila che lasciano numeri di cellulare su un fogliettino, viaggiano con una voluminosa cartina geografica, leggono Maupassant, ascoltano Sergio Endrigo. Se il film parla di ragazze “ideali”, non ha senso tratteggiarne in maniera così scialba le personalità, se il film è il racconto di un viaggio, saltare spesso direttamente alle mete senza nemmeno un raccordo di montaggio trasgredisce le regole del (sotto)genere, se il film è un racconto di formazione … ok, avete capito, inutile infierire ancora.

“Paradiso perduto”, esistenzialismo postadolescenziale d’accatto, le polpette, un fratello che pare sia prete ma l’unica cosa che lo ricollega alla religione nella messa in scena è una foto di Bergoglio poggiata dietro un telefono fisso, e l’elenco dei singoli elementi insensati o semplicemente poco giustificati potrebbe continuare all’infinito. Da dimenticare subito e allo stesso tempo da ricordare perennemente, perchè non accada mai più di essere rappresentati nella massima rassegna nazionale da roba così.

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Contro

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