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Venezia 73 — The Bad Batch, incontro con Ana Lily Amirpour

Anche se il suo “The Bad Batch” ci ha fortemente deluso (qui la recensione), Ana Lily Amirpour rimane tra le nuove artiste più interessanti del panorama statunitense, dopo il folgorante esordio con “A Girls Walks Home Alone at Night” di due anni fa, che partì dal Sundance per conquistare il mondo.

Dopo quel film, definito dalla stessa autrice un “Iranian Vampire Spaghetti Western”questa volta la Amirpour realizza un distopico fantawestern (almeno nelle intenzioni), e si conferma un’autrice istintiva, che, come potrete leggere qui sotto nelle risposte che ha fornito a noi e agli altri colleghi nell’incontro ristretto che abbiamo avuto, riesce con difficoltà ad autoanalizzare la propria opera.

Origini persiane, passione sfrenata per la musica e per il rock in particolare, look da bad girl, Ana arriva nella saletta a noi riservata con un cappellino da baseball ben calcato sulla testa:

Qual è il tuo rapporto con la musica dei White Lies, che usi spesso nei tuoi film?

Mi piacciono molto, davvero molto. Io ascolto moltissima musica, sono pochi i momenti della mia vita in cui non cerco ispirazione nella musica, e loro m’ispirano sempre.

Cosa c’è, per lei, al di qua dei cancelli dove viene confinata la protagonista?

Io davvero non lo so, sarei più curiosa di sapere cosa VOI pensate che ci sia, e cosa ne penserà il pubblico quando vedrà il film …

Tra i tuoi riferimenti per questo film, c’è anche “El topo” di Alejandro Jodorowsky?

Adoro “El topo”. A pensarci meglio, adoro solo la prima parte di “El topo”.

Quale metafora della società pensa di aver inserito nella sceneggiatura? Ci ha presentato un mondo post Donald Trump?

E’ una domanda molto strana. Io mi esprimo attraverso i miei film, ora sta a voi tirare le somme, io non sono un politico, lavoro solo e sempre con l’istinto. Un film dopo la sua uscita cresce, vive, e ognuno è libero di dare la sua interpretazione. Io penso sempre in termini di libertà, libertà rispetto al sistema politico, alla religione, al lavoro, al proprio stesso corpo, alle relazioni con gli altri. Cerco sempre di spezzettare tutte queste sensazioni e ricomporle all’interno di situazioni narrative, cercando di capire chi è il mio personaggio all’interno e in rapporto a questi sistemi.

Le donne protagoniste dei suoi film sono ribelli, emancipate, pensano solo ad andare avanti, sopravvivono …

Più che altro sono emarginate, io cerco di organizzare sempre delle celebrazioni per gli emarginati. Lascio sempre dei finali aperti perché la vita, per me, ha un finale aperto, che prima o poi arriverà ma non sappiamo quando e come.

Come sceglie le attrici?

Per “The Bad Batch” ho  fatto provini solo per il ruolo principale, perchè mi serviva una fisicità molto particolare. Io e Suki ci siamo incontrate a casa mia quando lei ha passato le prime selezioni, perché cerco sempre d’instaurare un’alchimia particolare con la mia attrice protagonista, che qui è scattata fin da subito.

Ha avuto qualche particolare ispirazione per questo film?

Per un anno intero sono andata in giro per il deserto texano, e ho anche trovato una comunità che vive lì isolata dalla cosiddetta civiltà, molti di loro sono delle comparse nel film. Io ho l’ho resa futuribile, ma comunità come “Bad Batch” esistono già oggi.

Qual è, per lei, il Sogno?

Per me la cosa più affascinante sono le infinite possibilità attraverso le quali una vita umana può mutare e prendere altre strade in ogni momento, come il proprio sogno ci si possa trovare a viverlo da un momento all’altro.

Il film parla anche delle difficoltà di comunicazione …

Ci sono pochissimi dialoghi, si comunica su altri livelli. A volte noi intendiamo un banale “ciao, come stai?” come comunicazione, ma in quel modo ci si ferma ad un livello tanto superficiale che non si sta realmente comunicando. Ho fatto vedere più volte ai miei attori “C’era una volta il West”, per mostrargli il massimo risultato cinematografico di quello che intendevo.

La musica influenza la storia nei suoi film, o viceversa?

Circolarmente, avanti e indietro tra le due cose, una influenza l’altra. Spesso però, come ho già detto, parto dalla musica, e ogni attore riceve prima delle riprese le canzoni che inserirò nella colonna sonora per entrare nel mood.

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