Home > Recensioni > Venezia 73 — The Bad Batch

Dopo il convincente esordio nel lungometraggio che conquistò tutti qualche anno fa al Festival di Roma ancora mülleriano (“A Girl Walks Alone at Night”), alla seconda prova dietro la macchina da presa Ana Lily Amirpour arriva in Concorso a Venezia 73, ancora una volta con un’antieroina come protagonista e un’ambientazione fortemente caratterizzata. Dopo gli Usa degli “Happy Days” reimmaginati in salsa persiana come puro sogno e mito del film precedente, è ancora una volta il Sogno che governa il mondo postapocalittico di “The Bad Batch”. Ma, questa volta, non parlano di apocalisse nucleare o ambientale ma “soltanto” di apocalisse politica, un ipotetico futuro prossimo post Donald Trump alla presidenza probabilmente, dove, fuori dei confini statunitensi, vige la barbarie e dominano gli istinti più bassi, senza leggi e senza più nessun barlume di etica e morale.

Se si viene giudicati “difettosi”, negli Usa di un futuro prossimo venturo si viene abbandonati al di là di una rete elettrificata, nel “Bad Batch”. Qui gli uomini si sono riorganizzati in comunità nel deserto, si pratica il cannibalismo, si vive in carcasse di aereoplani dismessi. Ma esiste una Comfort-zone dove il Sogno americano si è riprodotto con una sorta di ritorno alle origini. Sam (Suki Waterhouse) dovrà barcamenarsi in questa nuova realtà, intessere nuovi rapporti sociali e diventare una donna “nuova”.

Tanti camei illustri (Keanu Reeves, Jason Momoa, Giovanni Ribisi, uno strepitoso Jim Carrey barbone sporco e sdentato che in tre scene riesce a farsi ricordare più dell’intero cast), un andamento faticoso e zigzagante come la protagonista vagante del deserto: nelle sinossi diramate durante la produzione e le riprese l’intreccio era diverso, qualcosa dev’essere successo. La Amirpour evidentemente non ha le idee chiare e quindi procede per singole sequenze, raccordandole una all’altra con dei videoclip che alternano corpo e volto (più il primo che il secondo, a dir la verità) della protagonista Waterhouse (“Insurgent”, “Orgoglio, pregiudizio e zombie”) con un lento incidere attraverso l’abbacinante orizzontalità del deserto texano, e dopo un po’ non se ne può davvero più.

La dilatazione interna alle sequenze vorrebbe, nelle intenzioni, delineare lenti approcci affidati alla comunicazione non verbale, ma il risultato è solo quello di una noia abissale, peccato imperdonabile sempre e tanto più per un film di questo tipo. La regista prende un immaginario preesistente e ormai cinematograficamente codificato (“Mad Max” soprattutto, ma anche le due “fughe” carpenteriane), lo svuota completamente ma non riesce a riappropriarsene, a farlo abitare dai suoi personaggi.

Un film che non lascia traccia di sé a pochi minuti dal termine della visione, che non si capisce cosa voglia dire davvero, che affida ad un barbuto Reeves una sorta di Immortan Joe che dal suo harem esprime concetti come “io prendo la merda dei cittadini e la porto dove nessuno sente la puzza”. Un totale disastro insomma, senz’appello. Ma la Amirpour è brava e, ne siamo sicuri, si rifarà presto.

 

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