Home > Recensioni > Venezia 73 — The Light Between Oceans

Dev’essere una moda, ma tutto sommato è più una malattia: le nuove leve del cinema americano sentono il bisogno di passare dal melodrammone “storico” come fosse una vidimazione sulla patente da autore. Dopo il Jeff Nichols di “Loving” all’ultimo Festival di Cannes, ecco in Concorso a Venezia 73 Derek Cianfrance (“Blue Valentine”, “Come un tuono”) con “The Light Between Oceans”, dal romanzo omonimo di M.L. Stedman, adattato e sceneggiato dallo stesso regista. 133 minuti di cinema vecchio, stantìo, che fa l’effetto di un quindicenne in frac che interpreta Sinatra, ci si chiede semplicemente il perchè. Intendiamoci, le tematiche sono “alte”, l’esplosione del dramma tocca le corde giuste e farà versare molte lacrime a spettatori e (soprattutto) spettatrici, ma è proprio il senso dell’operazione che sfugge. Anzi, un senso extradiegetico ci sarebbe pure: gli innamoratissimi, nel film, Michael Fassbender e Alicia Vikander fanno coppia anche nella vita reale, anzi da voci gossippare pare che la “liaison” sia nata proprio sul set, nei mesi che i due hanno passato isolati sull’isola che poi avrebbe fatto da sfondo alle riprese. Il sogno di ogni “press-agent”, non vi pare? Se la coppia scoppierà a promozione e distribuzione avvenuta, ci sarà da applaudire la geniale campagna di casa Dreamworks.

Australia, 1918. Subito dopo la fine della Prima guerra mondiale, Isabel e Tom Sherbourne (la coppia sopracitata), si sposano e vanno a vivere su un’isola sperduta, dove lui lavora come guardiano del faro. Tom, reduce dalla Grande guerra, si ritira su quello scoglio sperduto perchè non vuole più la responsabilità di un essere umano, ma s’innamora prestissimo al primo sguardo e i propositi vanno a farsi benedire. Un giorno, dopo che Alice ha già subìto DUE aborti, i coniugi trovano un’imbarcazione naufragata con a bordo una bimba accanto al corpo di un uomo morto …

Tutti i passaggi drammaturgici importanti sono troppo forzati per essere credibili, i primi quaranta minuti di amore e melassa e montaggio accompagnato dalle musichette di Alexandre Desplat (fermatelo, sta rovinando una carriera) faranno andare gli occhi sull’orologio, se ne avete ancora uno, più volte, il finale è davvero sbagliato. Ma tutto quello che accade in mezzo a questi due estremi funziona, soprattutto il terzo vertice del triangolo, la non ancora citata Rachel Weisz, in un ruolo difficile che riesce a tenere miracolosamente in equilibrio.

Le devastanti conseguenze di una scelta moralmente sbagliata (ma utilitaristicamente condivisibile, o almeno la narrazione ci porta su quella pista), l’importanza del perdono, la cosa apparentemente “giusta” che non è mai giusta per tutti gli elementi coinvolti, temi importanti e ben delineati. Vikander bravissima e in odore di bis agli Oscar, a mio parere, Fassbender penalizzato da un ruolo senza sfumature e ancora una volta dietro le sbarre come già capitato in carriera, una natura aspra e selvaggia magnificamente fotografata che osserva immota e indifferente i miseri destini umani.

Ci sono tante cose buone in questo film, ma la noia che affiora in più punti come uno scoglio in mezzo al mare, la lunghezza eccessiva e la confezione geriatrica fermano la valutazione al di sotto della sufficienza.

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Contro

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