Home > Recensioni > Venezia 73 — The Woman Who Left

In dirittura d’arrivo, ecco il secondo vero capolavoro di questo Concorso di Venezia 73, il film che, ne siamo sicuri, farà ancora parlare di sé nei decenni a venire, “The Woman Who Left” del maestro filippino Lav Diaz. Purtroppo celebre, per chi lo conosce superficialmente, solo per la durata fiume delle sue opere, è in realtà un regista fondamentale per il cinema contemporaneo, che abbina un gusto contemplativo raffinato nella costruzione dell’inquadratura a squarci di drammatica intensità che esplodono e cristallizzano i suoi personaggi elevandoli al rango di grandi eroi della letteratura, regalandogli uno spessore emotivo che ha bisogno di ogni secondo della precedente (e apparente) stasi per irrompere e restare per sempre nelle menti e nei cuori di chi ha la pazienza (e l’apertura mentale) di seguire il viaggio. Per il Concorso di Venezia asciuga il suo cinema, lo rende più narrativo, contiene la durata a 226 minuti e confeziona la porta d’accesso al suo mondo cinematografico che il pubblico (magari mai grande, ma di sicuro più numeroso) può attraversare.

1997. Trent’anni dopo la sua incarcerazione per un delitto che non ha commesso, Horacia (Charo Santos-Concio) viene rimessa in libertà. Inizia così il percorso della donna alla ricerca del suo passato: il marito, la figlia ormai adulta, il figlio scomparso e l’uomo che l’ha fatta arrestare ingiustamente. Non sarà facile per Horacia rimettere insieme la propria esistenza, frammentata come quella del suo paese, le Filippine, in un momento storico dominato dalla paura, dalla violenza e dallo smarrimento identitario.

Diaz usa un periodo preciso nella storia del suo Paese, quello del controesodo dei ricchi cino-filippini in patria dopo il ritorno di Hong Kong alla Cina, e (non) ce li mostra blindati nelle loro ville, attorniati da guardie del corpo, fedeli solo alla Messa settimanale. Tutt’intorno un’umanità dolente lotta per la sopravvivenza, per la difesa della dignità personale, negli “slums” in sfacelo che il regista inquadra seguendo le direttrici visive delle strade in profondità di campo, per orientare e insieme sconvolgere il nostro sguardo.

Horacia/Renata/Leticia è una donna dall’identità scissa, vittima di un gigantesco sopruso di un uomo di potere compiuto da un’altra vittima colpevole solo di avere fame, una donna leale, gentile, che ha bisogno d’indossare una sorta di costume di scena e nascondersi nel buio per covare un sentimento che disgusta, quello della vendetta. L’uccisione di un uomo, in questo meraviglioso film, è un’azione talmente abietta da sfocare il mondo, i personaggi aprono il loro cuore con struggenti e fluviali racconti/confessioni, le prigioni non sono solo luoghi fisici ma soprattutto barriere morali, economiche, culturali.

Il regista/sceneggiatore/montatore/direttore della fotografia Lav Diaz (strepitoso in tutti e quattro i comparti qui come altrove) cita “West Side Story” e “Quarto potere”, mostra di amare il cinema classico come tutti quelli che se ne discostano, e lancia di conseguenza un messaggio a ognuna delle barricate sulle quali spesso (insensatamente) combattono i cinefili: il grande cinema è uno, con forme le più disparate, ma uno. Un film che unisce e non divide, che ci lascia attoniti e scossi all’uscita della sala, e per il quale tifiamo spudoratamente perchè prenda un premio importante.

 

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