Home > Interviste > Venezia 73 — Une Vie

Stephane Brizé è un regista eclettico nelle tematiche e rigoroso nello stile: il suo precedente film “La legge del mercato”, in Concorso a Cannes 2015, era un dramma in sottrazione sul mondo del lavoro contemporaneo tutto incentrato sull’incedere dolente e sulla faccia spigolosa di Vincent Lindon. Questo “Une vie”, tratto dal romanzo d’esordio di Guy De Maupassant, si posiziona nello spazio emotivo e temporale completamente opposto, ma mantiene al centro della scena il personaggio principale, stringendogli attorno l’inquadratura per comprimere punti di vista e visione del mondo ad un unico, inevitabilmente limitato, sguardo. Tra i tanti drammi tradizionali, specie nell’impianto narrativo ed emozionale, in Concorso a Venezia 73, questo è di sicuro il più riuscito, il più linguisticamente interessante e compiuto.

Jeanne le Perthuis des Vauds (Judith Chemla), una volta terminati gli studi in convento, sposa il visconte Julien de Lamare (Swann Arlaud). L’uomo si rivelerà una persona meschina e infedele, ma Jeanne non saprà dare una svolta alla sua vita, rimanendo legata ad un approccio infantile che non le permetterà mai di relazionarsi in maniera matura con il mondo degli “adulti”, rimanendo ancorata ad una visione della realtà fallace e romantica.

Brizé indovina la forma, e ne fa il punto di forza di un film per altri versi abbastanza piatto e monocorde in più di un punto. Usa gli attori in maniera straniante (vedi uno Jean-Pierre Darroussin quasi irriconoscibile), confina gli eventi più importanti fuori campo e nelle ellissi, connette le varie scene con un montaggio che riesce a rendere perfettamente la fluidità del racconto su pagina scritta e, quando il film sta per terminare, stupisce e raggela con un inserto di macchina a mano che, a quel punto, nessuno si aspetta più. Una volta connessi con i tempi del racconto ne vorreste di più, un’altra ora almeno, tanto la fusione con contenitore e contenuto è divenuta totale.

Un cenno per la bravissima protagonista Judith Chemla, dolente e infantile, dolce e disperata, una prestazione da coppa Volpi. Il film è incorniciato da Judith in giardino, all’inizio con il padre tra il verde rigoglioso, alla fine solitaria tra piante avvizzite: “La vita non è né così bella né così brutta come si crede”, sipario. Potreste anche annoiarvi durante la visione, ma potreste anche amarlo visceralmente e sempre di più con il passare dei giorni com’è accaduto a noi. Nel palmares di Venezia 2016 ci starebbe benissimo, staremo a vedere  …

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