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  • Venezia 73 — Voyage of Time: Life’s Journey

    Diretto da Terrence Malick

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Con il nuovo capitolo del suo personalissimo “De Rerum Natura” cinematografico, Terrence Malick continua a deliziarci con meravigliose immagini, realizzate e riprocessate con tecnologie sempre più all’avanguardia, ma ormai non riesce più a stupirci. Il maestro del cinema che per circa vent’anni non aveva quasi più dato notizie di sé, per poi, da “The Three of Life” in poi, sfornare una quadrilogia naturalistico/filosofica a ritmi serrati da industria hollywoodiana (e pare abbia già altri due progetti in cantiere), ha tolto progressivamente dal suo cinema l’elemento narrativo, per poi giungere anche alla lenta sparizione di quello umano.

In “Voyage of Time: Life’s Journey”, in Concorso a Venezia 73, è Madre Natura la grande protagonista, nelle sue diverse emanazioni, l’uomo è “soltanto” una creatura che si è estraniata dal flusso vitale edificando mostri urbani, vere e proprie metastasi tese a intaccare il tessuto connettivo che tutto contiene, la creatura che può distruggere l’equilibrio milllenario.

La versione passata qui alla Mostra non sarà l’unica in circolazione tra qualche tempo, perchè qui abbiamo visto un film in 2D palesemente pensato e realizzato in funzione del 3D e della tecnologia Imax, che regalerà una visione da lasciare senza fiato e vi farà passare sopra ai difetti, che ci sono e non sono nemmeno pochi. Partiamo dalla voce narrante di Cate Blanchett, declamatoria e solenne il giusto, ma è il testo scritto dallo stesso Malick il problema, l’elemento più ripetitivo dell’intero progetto. Forse il regista farebbe meglio ad affidarsi alle citazioni, anche solo per attenuare il senso di tracotanza estetica che già trasuda dalle immagini.

I segmenti spaziali e subatomici sono i più “faticosi”, mentre l’immensa varietà di specie animali proposte vi terrà lontani dalla noia anche solo per la curiosità di sapere che cosa stia per arrivare. Sembra di descrivere una visita all’Acquario di Genova più che un film, ne sono consapevole, ma insieme a questi segmenti da National Geographic ma con più stile, Malick inserisce il cinema, il SUO cinema.

Ad interporsi alle nitide e splendenti immagini in alta definizione, quelle “sporche” e amatoriali di conglomerati umani di vario genere, degrado, spazzatura, manifestazioni represse con la forza: non a fuoco, non definite, per Malick meno significative (ma forse solo meno resilienti) della lava vulcanica che si raffredda nella profondità del mare. E poi la bellezza, lo stupore, le emozioni suscitate dal segmento con gli uomini primitivi, e un falso primo piano nel quale tutti vorremmo specchiarci, per recuperare l’innocenza forse irrimediabilmente perduta. Il peggior film di Malick, in conclusione, ma in una sala cinematografica è comunque un meraviglioso spettacolo da consigliare.

P.S. Circolerà anche una versione Imax di soli 40 minuti (che potrà essere proposta in apertura ad altre proiezioni, magari quel “Knight of Cups” ancora inedito in Italia) con la voce narrante di Brad Pitt.

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