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Venezia 74, arriva l’Apocalisse (e il nuovo cinema napoletano)

Doveva succedere. In una Mostra di Venezia dove l’argomento principale delle opere mostrate, finora, è l’apocalisse ambientale prossima ventura, alla fine l’apocalisse è arrivata davvero. Una tempesta perfetta di pioggia scrosciante, nuvoloni nerissimi e lampi che squarciano il cielo, si è abbattuta a più riprese sul Lido causando danni e tensostrutture e tettoie varie, fino ad arrivare allo scroscio d’acqua all’interno della sala Perla durante la proiezione di “DIVA!” di Francesco Patierno. Questa è solo una voce e probabilmente una leggenda, ma tra poco meno di un’ora ho una proiezione proprio lì dentro e andrò a toccare con mano. E piedi. Scarpe aperte. Se non smette più tardi farò prima ad affittare un pedalò all’Excelsior per tornare a casa.

A questo punto dobbiamo, come redazione di LoudVision, prenderci le nostre responsabilità, perché probabilmente è colpa nostra. Abbiamo fatto arrabbiare gente altolocata, sulla Terra e nei cieli. Padre Amorth(acci sua, perdonatemela questa, non ho saputo resistere) ci ha scatenato contro l’inferno perché abbiamo osato dileggiarlo durante la proiezione di “The Devil and Father Amorth” di William Friedkin e, non contenti, abbiamo fatto anche arrabbiare lo stesso Friedkin in conferenza stampa dichiarandoci per quegli ateacci impenitenti che siamo.

Da quel momento si sono abbattute sfighe in serie su di me e sulla valente Cristina Resa, proiezioni saltate, tragiche valigie dal peso fantozziano trascinate per la Serenissima, intervento dei pompieri necessario per farci rientrare in casa nel cuore della notte, colpa di un’improvvida chiave lasciata nella serratura dalla parte interna del portone, di tutto e di più. Invochiamo una tregua e, soprattutto, invochiamo l’intervento del Maligno: dove sei Belzebù quando servi, qui ci stanno facendo a pezzetti, non ci stai facendo una buona figura, io te lo dico. Già nel film (a breve arriverà l’approfondimento, lo garantisco) ti fai scacciare da un novantenne da una segretaria di Frosinone, rendiamoci conto, uno come te nemmeno dovrebbe sapere l’esistenza di Frosinone … A tutti i lettori ciociari vogliamo dire che amiamo la loro terra pur non avendoci mai messo piede, tanto per puntualizzare, che altri nemici di sicuro non ne vogliamo.

Torniamo seri e occupiamoci della splendida giornata napoletana che oggi ha aperto la 32ma edizione della Settimana della Critica. E’ sempre bello quando si può lodare il lavoro di un amico senza partigianerie affettuose ma per merito effettivo, e il corto “Le visite” di Elio Di Pace (nella foto) è stata una visione della quale avevamo veramente bisogno. Ho avuto tra l’altro il piacere di vedere di fianco ad Elio, al Festival di Cannes del 2016, lo splendido film dal quale ha preso spunto per questo piccolo grande lavoro, “Sieranevada” di Cristi Puiu. Una mamma e una zia preparano i pacchi, ogni lunedì, da portare al figlio detenuto, (tele)camera attaccata ai corpi e ai volti, gesti quotidiani, pasta al forno, caffè, sigarette, il calendario di Papa Giovanni Paolo II attaccato al muro della piccola cucina. Un’idea visiva dal gusto retrò di grande efficacia, la grana che ricordiamo dai nostri vecchi VHS, un’agghiacciante/illuminante video neomelodico in chiusura che sintetizza sui titoli di coda il senso di questo piccolo grande cortometraggio. Auguriamo ad Elio fortuna e gloria, se le merita tutte, e siamo pronti ad andare fino in India per recuperare per lui una delle pietre di Shankara (citazione anni 80 in omaggio allo stile di “Le visite”, i coetanei capiranno).

Anche il lungo che apre la Settimana (seconda edizione sotto l’egida di Giona A. Nazzaro, con valenti critici come Beatrice Fiorentino, Massimo Tria e Luigi Abiusi a fare parte del team) viene dalla terra di Partenope. Si tratta di “Il cratere” di Luca Bellino e Silvia Luzi, un’opera dardenniana che, pur con tante incertezze di sguardo, indovina alla grande i due attori protagonisti Rosario e Sharon Caroccia, padri e figlia nella realtà e nella finzione. Interpretano se stessi nel loro ambiente, in questa sorta di corto circuito tra realtà e finzione che restituisce umori e odori di una classe sociale e di una terra. Perdoniamo lo sbraco degli ultimi venti minuti, perdoniamo le incertezze stilistiche, perdoniamo tutto: cinema vivo e calato nella realtà, un’esordio nella finzione di una coppia di documentaristi da tenere d’occhio. Altro che “Indivisibili”…

Vi lascio, scappo a vedere “Foxtrot” di Samuel Maoz, sempre che la Perla sia attiva, sempre che non m’addormenti dopo una giornata pesante (non succederà), sempre che Padre Amorth si faccia finalmente gli affari suoi. Per tutti i film del Concorso vi rimando alla recensioni dedicate, a domani.

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