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Venezia 74, da Ernst Lubitsch al gelato di John Landis

Un caldo appiccicoso e ai limiti dell’insostenibile ci dà il benvenuto al nostro sbarco al Lido di Venezia per la Mostra d’Arte Cinematografica numero 74, edizione numero cinque per il sottoscritto.

Ormai l’arrivo è un rito con un cerimoniale immutabile destinato a rimanere tale finchè si approderà qui tra la fine di agosto e l’inizio di settembre: corsa all’accredito, inframmezzata da saluti bruschi (spesso solo il gesto con la manina o al massimo un cinque sbrigativo), prosecuzione dei saluti una volta muniti di badge al collo in forme più rilassate e affettuose, tentativi infruttuosi di avviarsi verso casa a posare la valigia e, soprattutto, a togliersi di dosso i litri di sudore accumulati tra treno, vaporetto e, grande novità di quest’anno, macchina.

Un viaggio di 800 km in pieno megarientro dalle ferie, condito d’incidenti trovati per strada e presto rimossi, caffè di qualità pietosa in autogrill gonfi di gente in canottiera e afrori coloniali che l’aria condizionata non riesce a disperdere. Il guidatore mi molla a Padova che, dopo una breve occhiata, mi sembra più degna del tormentone “Padova è bella ma non ci vivrei” invece di Venezia, dove vivrei eccome.

La serata di preapertura si affida al classico, per non sbagliare: “Rosita” di Ernst Lubitsch, muto del 1932 del mastodontico regista austriaco emigrato negli States, con accompagnamento in sala della Mitteleuropa Orchestra direttamente da Udine. Possiamo tranquillamente sorvolare sulla qualità della “spanish romance” (è Lubitsch, cosa volete che vi dica di più?) e sulla bellezza dell’accompagnamento orchestrale che recupera la partitura originale. Io poi sono seduto in seconda fila con una cassa praticamente in faccia e la clarinettista dell’ensemble a mezzo metro, quindi posso spaziare dalle immagini all’esecuzione e mi diverto come un bambino. Che grande attrice che era Mary Pickford!

Mi darei invece all’aneddotica pura, come da tradizione di questo spazio diaristico, e mi concentro sulla presentazione della B&B, che qui non sta per Barzagli e Bonucci (coppia tra l’altro irrimediabilmente scoppiata in sede di calciomercato), ma per Paolo Baratta e Alberto Barbera, rispettivamente presidente della Biennale e direttore della Mostra del Cinema. Baratta parla di Lubitsch come di un regista del ’92, che sta per 1892 ma lascia tutti comunque leggermente basiti. Annuncia l’anteprima mondiale, parla del film come se l’avesse ritrovato lui stesso nello scantinato del nonno e restaurato fotogramma per fotogramma, quando la pellicola è già passata alla retrospettiva di Locarno di qualche anno fa ed è tutto fuorchè introvabile. Dire la verità, e cioè che si tratta dell’anteprima di QUESTA versione, con didascalie e alcuni parti recuperate, evidentemente non bastava.

La palla e il microfono passano a Barbera, che ci ricorda come la Mostra abbia sempre aperto i battenti con un muto commentato musicalmente in sala negli ultimi anni, facendo l’esempio dell’Otello di Welles dello scorso anno. Ora, l’anno scorso in apertura c’era “Tutti a casa” di Comencini, che tutto è fuorché un film muto, e Welles aprì DUE anni fa. Dire quattro cose e sbagliarne due davanti alla sala gremita e al direttore del Moma di New York (che si è occupato del restauro) mostra un genio creativo che non riconoscevamo al direttore.

All’uscita, c’imbattiamo in un pullman marchiato Udinese Calcio. Già pronti e tessere le lodi di Gigi Delneri e della sua cinefilia militante, e della passione per il cinema muto del centravanti Cyril Thereau, ci accorgiamo che la società ha solo prestato il pullman sociale all’orchestra che, come già detto prima, proviene proprio dalla città friulana. Appalusi comunque alla filantropia del patron Pozzo.

La prima giornata vera e propria del festival si gioca subito una quantità di grossi calibri come non si ricordava da tempo: oltre all’apertura con Downsizingdi Alexander Payne (nella foto il protagonista Matt Damon), vediamo nell’ordine i nuovi film di William Friedkin (un documentario su padre Amorth controverso a dir poco, sul quale la nostra Cristina vi sta preparando un succoso approfondimento) e di Paul Schrader, per il quale vi rimando alla mia recensione.

Serata dedicata anche all’apertura della Settimana della Critica, edizione Giona A. Nazzaro numero due, di cui vi parlerò più approfonditamente nella prossima puntata. Voglio solo chiudere con un pezzetto di cuore lasciato sull’asfalto del lungomare Marconi: un sorridente John Landis e signora avvistati nell’intento di prendere un gelato nelle vicinanze dell’Excelsior. Non sono uno che si avvicina, non sono uno che chiede foto, sono soltanto uno che si ferma a guardarlo per pochi secondi con un sorriso ebete stampato sul viso. Rimanete connessi con LoudVision e non perderete nulla della Mostra 2017, l’appuntamento è per domani.

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