Home > Recensioni > Venezia 74 — Downsizing

Piazzato in apertura di Mostra e Concorso ufficiale, “Downsizing” aveva sulla carta tutte le caratteristiche per rivestire il ruolo alla perfezione: cast stellare per ravvivare il primo “red carpet” del 2017, tema attualissimo, un regista, Alexander Payne, in continua ascesa e reduce dallo splendido “Nebraska” presentato a Cannes nel 2013.  Non tutto, però, è girato per il verso giusto …

Quello della fantascienza distopica bio/geo/sociale è un sottogenere ormai fecondo che, visti anche i pessimi elementi a capo delle più importanti nazioni del globo, prenderà sempre più piede nei prossimi anni. Dopo “Okja” di Bong Joon-ho, all’ultimo Festival di Cannes e attualmente nel catalogo Netflix, anche il film di Payne s’inserisce in questo filone, e la soluzione proposta è esattamente opposta a quella dell’opera del maestro sudcoreano: lì si pompavano gli animali per aumentare il cibo a disposizione e combattere la fame nel mondo, qui si riducono gli esseri umani per diminuire rifiuti e sfruttamento delle risorse. Dalla crescita alla decrescita, comunque tutt’altro che felice, il passo cinematografico è più breve di quello economico, con una contraddizione in termini da cui non si può che partire in sede di analisi: in un film che mette in scena la riduzione come soluzione ai limiti del parossimo, la bulimia di tematiche e cambi di ritmo impedisce a “Downsizing” di arrivare all’obiettivo, disgregando le pur ottime premesse.

Uno scienziato trova la soluzione per risolvere il problema della sovrappopolazione: rimpicciolire gli esseri umani. Una volta miniaturizzata, l’umanità tornerà ad essere sostenibile per il pianeta. Ma diversamente dalla prima colonia norvegese, trentasei persone che hanno deciso di ridimensionarsi per il bene del mondo, chi sceglie di sottoporsi al trattamento sogna soltanto in grande dentro spazi più piccoli. Paul Safranek (Matt Damon), uomo ordinario dal destino ordinario, decide per il benessere e una vita migliore con la consorte (Kirsten Wiig) in una delle ricche small town che sorgono rapidamente negli States. Convertiti i debiti in ricchezza e il suo metro e ottanta in dodici centimetri, Paul infila il suo piccolo grande destino.

Non è un caso che tutto parta nell’ecosostenibile Norvegia, modello e insieme luogo incomprensibile ai nostri occhi (ricordate le polemiche per i “soli” 21 anni di carcere, pena massima prevista dall’ordinamento, per l’assassino stragista Anders Breivik?). La miniaturizzazione opera una sorta di riequilibrio rispetto alla crisi economica iniziata ad agosto del 2007 (e ancora in corso) con lo scoppio della bolla dei mutui “sub-prime”: d’un tratto il valore del denaro della classe media americana si decuplica, chi ha un po’di soldi si ritrova d’un tratto ricco nel nuovo mondo, e può permettersi ville mastodontiche, gioielli e quant’altro di futile e costoso può venirvi in mente. Per i poveri, invece, nessuna novità, se non piccoli miglioramenti: un lavoro, un bugigattolo dove abitare, la classe dei nuovi ricchi di nuovo disposta a pagare gli stipendi.

L’originalità dell’universo creato nella prima parte dell’opera da Payne e dal cosceneggiatore Jim Taylor, un continuo fuoco di fila di trovate e piccoli dettagli che lo rendono coerente e compatto, pur con qualche evidente citazione cinematografica (il barbiere dell’incipit di “Full Metal Jacket”, il risveglio implume “matrixiano”) si dissolve pian piano mentre capiamo che non siamo di fronte ad un trattato socioeconomico in forma fantastica, o ad una critica sociale, ma al solito inno di Payne all’ everyman, suggestionabile e pronto a partire lancia in resta per poi fermarsi dopo qualche passo, disorientato e sperduto mentre si trova alle prese con problemi ed eventi decisamente più grandi di lui (capita la metafora?). Questa volta, però, la tanta carne al fuoco trabocca dalla griglia, e nella seconda parte non c’è più il tempo per approfondire nulla, non i personaggi, non le situazioni, nulla.

Tante cose si salvano, i tre tunnel (bianco, nero, grigio) che ci trasportano da un atto all’altro della vicenda, la sequela di comparsate celebri usate al meglio (Christoph Waltz, Laura Dern, Neal Patrick Harris, mentre ci si chiede il perchè della presenza di un inutile Udo Kier, probabilmente soltanto in quota scandinava), battute indovinate (“Guarda il mondo, esci di casa, non essere COSÌ americano”). Ma non possiamo non rilevare la scarsa fiducia verso il pubblico “mainstream” grazie ad un didascalismo francamente eccessivo, la virata verso un moralismo spicciolo che non emoziona e non commuove (e invece vorrebbe, vorrebbe tanto), i tempi della seconda parte sbagliati e mal dosati.

In defenitiva non un film da buttare, tutt’altro, ma una delusione cocente viste le alte aspettative e il funambolico inizio. Per chi scrive, il peggior film della luminosa carriera di Alexander Payne.

 

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